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Palabras en el viento

Le ragioni di un perché

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messico-e-paneIl Messico, all’inizio del ‘900, poteva essere considerato come un vulcano pronto ad esplodere: la questione dominante era la terra. Dopo quattro secoli di colonizzazione spagnola solo otto famiglie che discendevano dai primi colonizzatori possedevano quasi cinquanta milioni di ettari. Così, in meno di cento anni, tre quarti dei contadini si trovarono ad essere solo miseri braccianti privi di qualsiasi proprietà, mentre nel resto del mondo non esisteva classe sociale che potesse paragonarsi, in ricchezza e facilità di vita, ai grandi agrari e ai proprietari di miniere d’argento che si accentravano nella capitale. Ognuna delle haciendas possedeva più di duemila ettari ed era circondata da giardini in stile europeo e ricca di ampie sale da ballo e di ritrovo. Gli strumenti di lavoro dei braccianti erano preistorici e la giornata lavorativa senza orari, al salario di non più di sei centesimi di dollaro al giorno. Il diritto alla prima notte per ogni sposa dei braccianti era consuetudine per tutti o quasi i proprietari. I principali pilastri, però, sui quali si reggono la sudditanza e l’obbedienza  sono la violenza e la carità elargite nella giusta percentuale. Nelle aziende c’erano botteghe colme di generi alimentari, tequila e vestiario da cui i contadini compravano grazie al credito; una volta entrati nel circolo dei debitori non potevano più allontanarsi dalla hacienda neanche per cercarsi un nuovo padrone se prima non avevano saldato i debiti, e la stessa sorte (tutto si eredita) toccava ai loro figli che dovevano prendere il peso dei debiti dei genitori sulle loro spalle. Erano schiavi a tutti gli effetti. L’altro pilastro del regime era la legge sulla fuga: era permesso ammazzare tutti coloro che tentavano di abbandonare le aziende senza nessuna formalità e nessun permesso. Insomma, si era nel 1910 e ancora si seppellivano vivi i contadini nell’aia, con la testa di fuori, per farla calpestare dai cavalli lanciati al galoppo. Nel paese dove la miseria raggiungeva limiti incredibili i signorotti porfiristi avevano un tenore di vita inimmaginabile in ogni altro angolo della terra che non sia il vaticano. Un fiume d’oro e d’argento usciva dal paese per introdurre a Città del Messico e Veracruz voluttuosi generi d’importazione che i proprietari terrieri acquistavano dalla Francia e dagli Stati Uniti: i testimoni che hanno lasciato scritto qualcosa assicurano che non vi era spettacolo al mondo più opulento e offensivo di quello che offriva la passeggiata in carrozza dei magnati messicani attorno al palazzo imperiale dove Porfirio Diaz aveva fissato la sua dimora, o di quello delle grandi feste da ballo della buona società messicana di inizio ‘900. Inoltre un altro gigantesco flusso d’oro e argento usciva annualmente dal paese per le compartecipazioni che il Diaz assicurava al capitale straniero. Nel 1910 solo tre imprese minerarie su cento erano messicane, le restanti erano nelle mani degli Stati Uniti, della Francia e dell’Inghilterra. I pozzi di petrolio nelle province di Tampico e Reinosa e Tuxpan appartenevano alle compagnie USA, e pure una gran parte delle vene (aperte!) della Sierra occidentale e di quella del sud. Ottanta messicani su cento erano completamente analfabeti e si nutrivano solo di tortillas di granoturco. Il Messico era, con ciò, una polveriera gigantesca. Non tutto, ma gran parte dell’esplosione rivoluzionaria che scaturì di lì a poco, può essere spiegata con la brutalità delle classi dominanti.

Nella foto:

Dopo la messa domenicale gli aristocratici distribuiscono pagnotte di pane di grano gratis ai bisognosi: il pane di grano era un lusso per i peones, che abitualmente mangiavano tortillas di mais.

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Written by Ezio

28 marzo 2009 a 16:12

Pubblicato su Senza Categoria

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