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Pane e mercato

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Almeno 5.

Parla di sensi frugando tra le pieghe di un’antica lingua, Erri De Luca, nel libro scritto con Gennaro Matino, parroco a Napoli. Parla dei sensi di Dio percepibili dalle antiche scritture della genesi.
Al di là dell’importanza di ognuno: l’udito il più importante perché Dio parla e l’uomo ascolta, lasciando al tatto un ruolo più secondario e poetico, nulla è scritto per il gusto, per il sapore, e così tocca ricavarlo estraendolo dalla scrittura.
E nella scrittura si parla di Manna (maschile in ebraico), quello che era chiamato il frumento dei cieli o il pane dei valorosi. Per mangiare, precisa il donatore prima di farla piovere sul popolo eletto. E perché questa precisazione? Era cibo no?  Il donatore – scrive De Luca – la sapeva lunga: del cibo se ne può fare mercato, si può accaparrare e rivendere in un secondo tempo. E invece no, serve solo per mangiare e fa in modo che sia così. La Manna andava consumata entro la giornata, altrimenti marciva, doveva servire all’uomo quotidianamente e questi poteva darle solo valore di sostegno. No, niente accumulo né scambi.
Insomma (e adesso più che riassumere quasi comincio a copiare) l’indispensabile non può essere merce, questo insegna il dono della Manna. Poi (Iod) si preoccupa della quantità pro capite: a ciascuno una porzione sufficiente, né più né meno, così che nessuno possa fondarci sopra un privilegio o un torto, così che nessuno abbia motivo di guardare nel piatto del vicino per una comparazione. Un’accortezza bella quanto l’intero dono.
L’ultimo accorgimento appare strano: ce n’era sempre un’eccedenza, che dopo la raccolta si scioglieva al sole, facendo così in modo che a nessuno capitasse l’ultima porzione, che sempre somiglia a quella scartata da altri, che anche l’ultimo raccoglitore avesse diritto di scelta così come il primo.
Ma che gusto aveva? Di tutto, di tutti i sapori che si desideravano, si legge in un racconto del Talmud.

Più di ogni altro prodigio scritto nell’Esodo, la Manna si distingue e sfugge ad ogni classificazione, tanto che gli altri segni sono unici mentre la Manna provvede a sfamare migliaia di persone per più di quarantanni, per più di un’intera generazione.
Attenzione – continua De Luca – ci sono botanici che cercano d’individuarne l’origine vegetale, ma è opera buffa ridurre a fenomeno naturale le manifestazioni della divinità nel libro dell’Esodo. Le piaghe d’Egitto, il roveto ardente, il guado nel Mar Rosso e tutto il grandioso apparato dei prodigi di quest’opera non può essere guardato col misurino del verificabile. Sono storie da prendere come sono, oppure lasciar perdere.

Ma, tornando al gusto e allo scambio, pur non potendo essere scambiata la Manna resta un unico e speciale scambio tra l’alto e il basso, tra divinità e uomo; e il donatore deve averla assaggiata prima di servirla poiché afferma che “sopra tutto ciò che fa uscire la bocca di Iod vivrà l’adàm”. La Manna era Iod, il sapore di Iod.
E così, conclude De Luca, ai giorni nostri il cibo indispensabile alla sopravvivenza è alla portata dell’intera umanità, ma perché tutti siano sfamati il distributore deve seguire le misure dell’antica fornitura: estirpare dalla provvista l’accaparramento, che porta ad un valore usuraio dello scambio, far sì che tutti ne possano prendere una parte uguale agli altri.

Pane e mercato, nel senso di cibo e contrattazione, di fronte allo scempio storico della disuguaglianza economica e sociale è un’arma di sterminio. Non so cosa cambierebbe se tutti avessero accesso ad una adeguata quantità di cibo, ma possiamo godere degli effetti quando questo cade nelle mani esclusive del mercato.

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Written by Ezio

14 ottobre 2008 a 17:47

Pubblicato su Senza Categoria

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