Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Puttane e mimetiche

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Non sempre un giro in moto è da ritenersi uguale a quello del giorno prima o della settimana prima, quando si sale in sella bastano pochi metri per capire se si può andare a cercare guai e adrenalina o se è meglio gustarsi il panorama. Sensazioni che si percepiscono dalla fluidità del movimento del culo sulla sella o dalla buca che non si riesce a evitare come si vorrebbe. La moto deve portarti a spasso da sola, senza aiuto, certe volte puoi lasciare il manubrio con entrambe le mani e lei continua ad andare assecondando anche le curve leggere, altre volte si ha la sensazione di procedere su una trave larga dieci centimetri a cento metri d’altezza. Oggi non mi sento sicuro per cui decido di godermi il panorama.

Via Del Lido Di Castel Porziano attraversa la pineta di Castelfusano, anche se per i primi trecento-quattrocento metri mostra ciò che (non) resta del grande rogo del duemila, la percorro spesso perché dal luogo dove abito si arriva sulla litoranea che porta fino ad Anzio ed oltre in pochi minuti. Pochi km con l’asfalto dissestato dalle  buche e dai dossi creati dalle radici dei pini, da percorrere tra i quaranta e i cinquanta insomma; è da tempo immemorabile anche la strada dei viados la notte e delle puttane di giorno: nigeriane o comunque dell’Africa centrale per lo più, a gruppetti di tre o quattro ogni duecento-trecento metri. Di tanto in tanto si vede anche qualche ragazza dell’est che invece di muovere il culo agita le tette. Enigmi da settimana enigmistica.
Invitano spesso a fermarsi col movimento della mano o sculettando un po’, soprattutto se riescono a vedere gli occhi e percepire che le stai guardando. I fine settimana d’estate invece non ci sono, probabilmente per un tacito accordo con le forze del disordine che le lasciano lavorare in pace nei giorni feriali purché spariscano dalla vista nei giorni in cui la strada è “battuta” dalle famiglie che portano i bimbi e le bimbe al mare, sia mai che ci scappi qualche domanda imbarazzante… Non ne ho incontrata nessuna, probabilmente evaporate davanti alla presenza di una camionetta con tre militari in mimetica perfettamente mimetizzati con lo sfondo della pineta, però in quel punto c’è un campo di bocce ricavato al centro di un grande spiazzo, e una fontanella: forse hanno solo voglia di giocare – mi dico – o hanno solo voglia di una bella e sana bevuta d’acqua fresca.

Il mare sulla mia destra è di un blu cobalto, probabilmente accentuato dalla colorazione scura della visiera, “freme” a causa delle piccole onde che abbagliano come specchi, illuminate dal sole poco sopra l’orizzonte est. Sulla sinistra fa da contraltare la splendida e al contempo feroce visione della tenuta del presidente della repubblica, “spazio comune” che ho frequentato in gioventù assai spesso, tra giochi che si possono raccontare e giochi che, proprio no, non si possono raccontare. La spiaggia appare deserta a parte la zona delle dune di capocotta, dove c’è un bar-ristorante quasi sulla battigia e i naturisti la frequentano anche in inverno.
Sì, si va di panorama e a parte la camionetta e le mimetiche il resto non è affatto male.
Per strada il solito Touareg che si appiccica ad un metro dalla ruota posteriore, il conducente deve aver calcolato che tra quella anteriore e la macchina che mi precede il SUV ci starebbe giusto giusto; mi accosto a destra e lui continua a seguirmi sempre più vicino, alla fine metto la freccia destra e rallento per farlo passare, tanto fra un paio di km c’è il primo semaforo della cittadina fondata da Enea e Lavinia… Arrivo prima io, coglione, anche quando decido d’andar piano.
Ancora pochi minuti, un paio di ampie curve e un vialone largo coi soliti dossi artificiali e sono a destinazione: il porto di Anzio.

Ormeggiati ci sono pochi pescherecci e sulla banchina un centinaio di pescatori (tra cui qualche temerario senza maglietta) con la canna, tutti presi da una mattinata in cui i pesci abboccano (che culo) senza soluzione di continuità; qualcuno si gira e guarda la moto, io guardo le canne e i galleggianti con un pizzico d’invidia. Mucchi di reti e grovigli di fili sono dappertutto, così come vecchi secchi di plastica e mucchietti di cicche. Dicono che dalla banchina si riesca a vedere Ponza nei giorni in cui l’aria è tersa, ed io non stento a crederci, è lontana una sessantina di km e la curva dell’orizzonte ben oltre i duecento. Un caffè al bar e un paio di sigarette una dietro l’altra e poi il ritorno, passando per via Ardeatina e via di Campo Selva e ancora la litoranea e ancora Via Del Lido Di Castel Porziano.
L’orologio sul cruscotto mi segnala che è quasi mezzogiorno, mi guardo intorno e scopro che le camionette sono diventate tre in tre punti diversi della pineta, il campo da bocce e la fontanella sono deserti, è fresco e il periodo degli incendi dovrebbe essere terminato, le puttane non ci sono ancora.
Evidentemente quando il decoro si manifesta sceglie con cura le sue vittime, che devono essere state vittime di altro e magari di altro ancora, prima.
Sì, mi dico scuotendo la testa e zigzagando un po’ tra buche e dossi, i nove(?) componenti in mimetica sono proprio andati a puttane.

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Written by Ezio

1 ottobre 2008 a 23:32

Pubblicato su Senza Categoria

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