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Palabras en el viento

Dov’è il nemico?

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“Dov’è il nemico? In questa storia egli non appare mai se non al margine del campo: una macchia che si muove alla finestra dietro la mitragliatrice, un’ombra al di là della barricata, un vecchio in un ufficio, una silhouette in trincea. Rimane quasi sempre anonimo. Ma, nello stesso tempo, il nemico è sempre presente. Non è un’illusione, non un’immaginazione. Per chi intende non soltanto battere un avversario militare, ma sovvertire la società in cui vive, una linea principale di lotta, sulla quale si distinguano ben da lontano, l’amico e il nemico, non esiste.”

Il porto di Roma (o di Ostia) altro non è che un porticciolo per piccole imbarcazioni di pochi metri, anche se sulle banchine si vede, di tanto in tanto, qualche yacht tra i trenta e i quaranta metri. Ci sono capitato quasi per caso pochi giorni fa, dopo sei o sette anni. Un luogo con una pista ciclabile e due marciapiedi ai lati lunghi circa settecento-ottocento metri che dividono due lunghe file di negozi; niente vicoli, né bui né illuminati, tante persone dedite allo shopping dietro le vetrine e pubblicità su schermi ultrapiatti ogni pochi metri. Pubblicità martellante come sugli schermi nelle stazioni e nei treni. Come in tutti i porti è vietato pescare, gridare, baciarsi sulle panchine, buttare cicche per terra, parcheggiare il proprio corpo in qualsivoglia angolo.
Fare foto non è vietato, ma coi tempi che corrono c’è sempre il rischio di una denuncia penale se davanti l’obiettivo ci capita un minorenne.
Asettico.
A due passi dal luogo della morte di Pasolini, quando lì c’erano baracche di legno marcito e vecchi recinti di rete arrugginita; e spiaggia e persone.
A due passi da quella “nuova Ostia” dove negli anni settanta spinsero famiglie su famiglie nei palazzi popolari per poi abbandonarle al destino del degrado urbano, coi muri che perdevano l’intonaco, la pioggia che passava dai tetti ai piani inferiori scivolando lungo le pareti interne ed esterne; dove trovarono rifugio nell’82 alcuni amici curdi, spinti qui dalla guerra e in attesa di ricominciare una vita nuova in America, in subaffitti con prezzi da un intero mese di lavoro. Dovrei ancora avere una lettera indirizzata a mio padre, da qualche parte, scritta in un misto di italiano e inglese.
Lì, dove un amico di allora seppe il luogo preciso dov’era finita la sua R5 rubatagli la mattina, e salì sul trenino a Piramide con un calibro dodici sotto il loden, e se la riprese, da solo.
Il porto non è un porto, è una semplice passeggiata per vecchi e bambini, una sorta di luna park senza attrazioni: il gelato, il popcorn, quattro chiacchiere solo se si esce coi famigliari e poi di nuovo in macchina.
Credo che ci farò un giro una di queste notti, anche se sono certo che lo troverò deserto.

Ma che ci azzecca il nemico che rimane anonimo lungo il porto di Roma? Niente. Il nemico (come nella citazione sopra) è anonimo e tale resta anche quando ne percepisci la presenza nei porti: “È intorno a noi in mezzo a noi molte volte siamo noi…”
Non è dato dai colori laziali vivaci e freddi del trenino, né dalle poche facce visibili che mi sono premurato di “sfumare” per renderle irriconoscibili, né dai bambini festosi accompagnati dai genitori per la modica cifra di “euritre per capa” a giro.
Non c’è e se c’è non si nasconde perché anonimo, anche se qualcuno lo identifica nell’educazione, nella disciplina, nell’addestramento, nell’indirizzo.

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Written by Ezio

19 agosto 2008 a 18:12

Pubblicato su Senza Categoria

4 Risposte

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  1. Leggo che hai scritto:

    “Come in tutti i porti è vietato pescare, gridare, baciarsi sulle panchine, buttare cicche per terra, parcheggiare il proprio corpo in qualsivoglia angolo.”

    e mi è venuto da chiedermi: e da quando in qua!!??? :-)

    salud

    Franco Senia

    20 agosto 2008 at 08:18

  2. La faccina che hai messo in fondo mi fa capire che hai compreso il sarcasmo.
    Appena ci ricapito faccio una foto al cartello “vietatotutto” che si trova all’ingresso. :-)

    un abbraccio

    Ezio

    20 agosto 2008 at 08:42

  3. :-)
    curiosamente, sono incappato in una poesia di Carlo Michelstaedter che dice, testualmente (la senia in questione, ovviamente, non sono io):

    “Senia, il porto non è la terra
    dove a ogni brivido del mare
    corre pavido a riparare
    la stanca vita il pescator.
    Senia, il porto è la furia del mare,
    è la furia del nembo più forte,
    quando libera ride la morte
    a chi libero la sfidò”

    mi sembra in tema …. :-)

    salud

    Franco Senia

    20 agosto 2008 at 08:50

  4. Anche a me sembra in tema;-) Però più che alle poesie mari e porti mi fanno venire in mente canzoni e film(s): da Pescatore a com’è profondo il mare; da Il vecchio e il mare ad Amistad. E così via. Insomma, il mare si ama ma difficilmente ricambia l’amore, e una vita sul mare è una vita di lotta, affascinante e dura. Così come lo è quella nei porti. Il fatto è che ho sempre pensato essere diversa l’umanità che frequenta il porto da quella che frequenta i grandi centri commerciali, e riconoscere quest’ultima dentro un porto pulito caldo e sicuro da sembrare un utero mi ha lasciato… pensoso, tanto che mi piacerebbe comprare un trenino scuro con disegnata una mascherina nera sui fari e provare a far concorrenza a
    quello che ho fotografato. :-)

    buonavita

    Ezio

    20 agosto 2008 at 11:53


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