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Caridad

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SIGNOR LA CARITÀ!

“Signor la carità! Io son digiuno,
son due dì che non mangio, ho molta fame.”

Non ti dò niente và brutto importuno
o ti farò arrestar canaglia infame.

“Qualche cosa mi dia, mio buon padrone,
son senza un soldo… esco di prigione…”

Un prigionier perdio? Guardie!… Gendarmi!…
Arrestate costui, vuol derubarmi.

(Luigi Scarmagnan)

Ci sarebbe da parlare, invece che di carità, della forza mediatica dirompente con cui il battesimo di un cristiano (Copto? Maronita? E cosa cazzo cambia?) dalla nascita abbatte le porte delle case e si accomoda a capotavola, e pretende il piatto migliore senza neanche pagare; oppure della commutazione della pena prevista per Mumia Abu Jamal, che non può chiedere la revisione del processo per cui gli tocca restare in galera, vivo e innocente per giunta. Ci sarebbe – vista la campagna elettorale – da stupirsi per tutte le nefandezze che si leggono nei vari blog di giornalisti o presunti tali, più o meno famosi, penne d’oca o Bic d’ultima generazione: dal “vota Antonio vota Antonio” al “turarsi il naso e votare PD, che poi appena capisco il perché ve lo spiego”. Da “la scheda bianca è una scheda persa” a “invece che astenersi è meglio andare e annullare la scheda con uno scarabocchio”.
Certo, dubbi atroci che non fanno dormire la notte; ma io coltivo da un po’ di tempo la pessima abitudine di addormentarmi con gli auricolari del lettore mp3 ben ficcati nelle orecchie, e che in random mi vada a pizzicare Fabrizio De André o Leòn Gieco poco importa: dubbi non ne ho.

Non c’è altro sistema, oltre la carità, che permetta di mantenere aperta la porta del paradiso da parte di chi la elargisce e di “mantenere” un posto in paradiso anche per chi la riceve. È una sorta di mercificazione, un mercato, uno scambio di falso vuoto in cui l’esercizio del dare mantiene stabili le classi di appartenenza. L’orrore,l’orrore, mi viene da aggiungere dopo che i preti hanno congiuntamente ricordato ai fedeli di non “fare” la carità fuori dalle chiese, ché dietro c’è una sorta di mafia. Peccato si sapesse da sempre che dietro la carità si nasconde un immondo mercato e il mantenimento dello status quo, il mantenimento di una differenza socio-economica e non biologica. Vorrà dire che da oggi il peso del metallo che abitualmente porto in tasca non riuscirà più a bucarmele, ‘ste benedette tasche.
E pensare che giusto un anno fa mi sono ritrovato nelle mani quasi trecento euro non miei, né di mio figlio che li aveva ricevuti direttamente da chi la “colletta” l’aveva raccolta: “Io non li voglio!” “Neanch’io!” Morale: sono finiti nelle tasche dell’associazione del chirurgo leninista che di tanto in tanto ancora scrive per ringraziare; magari saranno serviti per ricostruire l’arto di qualche cucciolo d’uomo spappolato da una mina costruita grazie alla delega che si dà ogniqualvolta si entra nell’urna. In culo a voi, signori, se proprio mi obbligate me la costruisco da solo e la piazzo sotto (il culo, sempre il culo, sempre lui) chi dico io, che è da tempo che il giochino l’ho lasciato nelle mani lorde di sangue di chi ancora ama giocare.
Peccato non mi sia venuta in mente la santa albanese, per quei soldi, quella che accompagnava alla morte i redenti (solo i redenti) pregando per loro la maggior sofferenza possibile, con lo stesso sorriso smagliante con cui stringeva la mano ai peggiori vermi che gestiscono il potere grazie al voto, accettando anche le crasse donazioni in denaro frusciante bagnato col sangue di milioni di poveri cristi.

Caridad, siempre!

Anna (o Luisa o qualsiasi altro nome femminile) vive a un paio di km da dove vivo io; è rumena (quindi rom per proprietà transitiva, anche se rom non lo è affatto), sposata e con quattro figli. Vive in affitto in una stanza con bagno insieme a suo marito e ai suoi figli. Minuta, col sorriso sempre largo, due pozzanghere scure al posto degli occhi e un italiano da fare invidia agli itagliani; si mantiene facendo le pulizie un paio di volte la settimana al resto della villa dove vive la padrona di casa, mentre gli altri giorni aspetta immobile ad un semaforo che qualcuno “doni” qualche moneta. È una nullafacente, non pulisce neanche i vetri delle macchine. Suo marito svolge piccoli lavori di pulizia giardini e di muratura.
Succede, a volte, che quando fai la pendolare tutte le mattine incontri le stesse facce: un sorriso un giorno, una moneta un altro, un pizzicotto sulla guancia del bambino che porta sempre con sé un altro ancora. Poi raccatti tutto ciò che ritieni in disuso, che non ti serve più nonostante sia ancora in ottimo stato, ci riempi un sacco dell’immondizia e glielo porti, e lei lo prende e ringrazia pure. Sì, ringrazia dell’eccesso ridotto al ruolo di monnezza, per quanto buono possa essere.

Caridad, siempre!

Non uccide come uccide il lavoro, che quando non ammazza biologicamente ammazza le emozioni, la felicità, la voglia di condividere con gli altri, il desiderio in sé e il desiderio della conoscenza; non uccide come uccide lo stato canaglia più canaglia degli altri stati canaglia, con scientifica meticolosità e indiscriminata atrocità al contempo; non uccide come la fede, in silenzio, sotto-sotto, tanto da riuscire a cancellare le stragi compiute dalle pagine dei libri di storia.
Eppure la carità continua a uccidere tutti i giorni: la speranza di chi la riceve e la dignità di chi la elargisce.

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Written by Ezio

27 marzo 2008 a 23:19

Pubblicato su Senza Categoria

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