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Palabras en el viento

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Da un po’ di tempo possiedo questo giocattolo.

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Non mi metto a “menarla” – a quei pochi che leggono – con la storia del senso di libertà che la moto suscita, né mi interessa trattare tutti i “modelli” che il motociclismo amatoriale in un certo senso impone; dico solo che c’è una grossa differenza tra l’accendere un motore per andare a fare una commissione e l’accenderlo per un giro di piacere. È merce e tale rimane, la moto, va solo trattata con particolare cura e particolare cautela, come quando si cerca di addomesticare una tigre: movimenti lenti, calma, giudizio, altrimenti ti arriva una zampata che ti taglia la faccia e ti apre il petto. Rischi, ma nel rischio provi soddisfazione e piacere.
Ma non è di moto che intendo parlare, o almeno non solo.
Dopo un centinaio di km, questa mattina, mi sono fermato a fumare una sigaretta nel solito borgo di Pratica di mare: mi fermo lì perché al ritorno posso percorrere una strada lunga circa quattro chilometri, composta da una serie di curve strette e di curve ampie, di saliscendi continui e di asfalto perfettamente liscio e pulito; nonché perché trovo splendido e rilassante il posto.
Passo sotto l’arco e parcheggio, spengo, mi tolgo guanti e casco, sfilo dalle spalle lo zaino che mi porto sempre dietro e tiro fuori un pacchetto di Gitanes; ne accendo una sedendomi subito dopo su un basso muretto.
Vicino a me, ad una decina di metri, noto un vecchietto in piedi: mi guarda restando immobile; anch’io lo guardo, continuando a tirare boccate.
Mi guardo intorno: il bar, il ristorante, la chiesa (che non manca mai), il giardino centrale con un paio d’alberi spogli e sopra di essi una trentina di corvi gracchianti, ora posati ora volando in cerchio; i pochi appartamenti con dentro persone disposte ad un sorriso per ogni avventore del luogo. Nella testa suona Leòn Gieco, come da un po’ di tempo a questa parte.
Finita la sigaretta rimetto a posto lo zaino, indosso il casco con la visiera aperta legandolo ben stretto e mi infilo i guanti, salgo, metto in moto, “appunto” i piedi per terra per spostare la moto indietro, premo il pedale del cambio e dopo il classico “clack” vedo lui che si avvicina, allarga un sorriso mettendo in mostra i suoi quattro denti rimasti e mi dice: “Buongiorno.” “Buongiorno”, gli rispondo da sotto il casco; e non sapendo cos’altro cazzo aggiungere mi lascio scappare: “È un bel posto questo.”
“Sì, è un bel posto! Qui ci sono nato!”
“Beh, anch’io! Al di là della strada, a non più di tre-quattrocento metri da qui.”
“Davvero!?!?”
“Sì, mio padre lavorava in un podere proprio al di là della strada, fin dai primi anni cinquanta, e tra Torvajanica e Pomezia ci abitano ancora alcuni parenti.”
“Come ti chiami?” Mi chiede spostando lentamente lo sguardo dai miei occhi alla moto.
“Un attimo.” Tiro giù il cavalletto laterale, spengo la moto, sfilo i guanti, mi tolgo il casco e gli dico il cognome.
“Ma no?!?!? Ma davvero?!?!? Io li conosco i tuoi parenti! E anche se non lo ricordo avrò sicuramente conosciuto tuo padre.”
E comincia a raccontarmi di storie antiche, delle feste all’interno del borgo con lui che preparava l’albero della cuccagna, proprio al centro della strada, proprio lì dove ho fermato la moto che le poche macchine entranti sono costrette a schivare lentamente: “Lo conosci, no?” “Eccerto!” Dei riti di matrimoni e comunioni che ancora oggi “si fanno qui perché il posto è bello e tranquillo e si mangia bene, e se non fosse per il rumore dell’aeroporto militare si starebbe anche meglio”. Mi parla per una mezzora di partite a carte con cognomi di cui – secondo lui – dovrei avere ricordo e cognizione; di matrimoni spettacolari e feste di piazza. Mi parla di amore per la vita.
Mi parla di vita, insomma, non della storia di una Pomezia voluta fortemente dal fascismo per creare una sorta di antiuomo, una simbiosi tra terra e contadino dove il concetto di ruralità acquisisce forma e dimensione antioperaia e antiurbana.
Oggi Pomezia è una media cittadina industriale, e probabilmente, quando quest’uomo morirà, con lui scomparirà anche un’intera enciclopedia orale del luogo.
Prima di andarmene, dopo circa una mezzora di ascolto, si è anche raccomandato: “Vai piano che questa moto è grossa!” Grossa ha detto, non veloce. Ho avuto quasi la sensazione di essere capitato per caso dentro un teatro, dove ero spettatore e attore al contempo.
“Ci può scommettere”, ha ricevuto in risposta. E chissà se ha pensato a cosa volessi dire: “Sì, andrò piano!” Oppure: “Sì, è grossa!”
Ho percorso i pochi chilometri di curve e saliscendi di via di Pratica di mare in terza, con una sola mano, a non più di trenta chilometri l’ora, beccandomi pure un paio di “strombazzate” dalle macchine che mi seguivano e non potevano sorpassarmi. E a non più di cinquanta il lunghissimo rettilineo di via Arno-viale Po che porta sul lungomare, sorpassato pure da un paio di cinquantini, con nella testa l’idea che i soldi spesi per la benzina fossero stati ben ripagati, e con la musica e la voce di Leòn Gieco che martellava e ripeteva continuamente:

“La cultura es la sonrisa que brilla en todos lados
en un libro, en un niño, en un cine o en un teatro
solo tengo que invitarla para que venga a cantar un rato
Ay, ay, ay, que se va la vida
mas la cultura se queda aquí.”

Sono tornato con la testa sulla strada solo sul lungomare che porta ad Ostia, c’era poco traffico e lì un paio di zampate le ho viste partire, con le unghie a pochi centimetri dalla faccia. Le tigri, si sa, si incazzano quando meno te lo aspetti; e bisogna stare sempre all’erta, e avere i riflessi pronti…

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Written by Ezio

26 febbraio 2008 a 00:25

Pubblicato su Senza Categoria

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