Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Uomini, niente di più

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Ci sono serate che vanno in una certa direzione: hai un libro sul comodino con impressa sulla copertina la foto di una P38 impugnata da una mano che non trema e sai che devi finire di leggerlo, che mancano solo una cinquantina di pagine; ripensi alla storia di un sardo che ti racconta di un figlio diciassettenne morto non si sa di che – ché l’avvocato gli dice che deve giocoforza fermarsi davanti al silenzio di un ospedale romano gestito dal vaticano – mentre da dietro bottiglie legali ne tira fuori una di quel filuferru che solo da certe parti sanno fare; e poi il “mirtu sardu”. E ti parla mentre a mano taglia il prosciutto e poi il formaggio stagionato in grotta. Ti parla e scopri che conosce persone che anche tu conosci, e ne parla come ne parleresti tu.
E continua a parlare di una moglie giunta giù giù, oltre la “porta del labirinto”, dove ha fermato il passo e guardato indietro… Troppe spese se si vuole andare avanti, dice l’avvocato.
Prima di andarmene, dopo quasi un’ora passata davanti al bancone di prodotti tipici, mi è passato per la testa di dirgli: Ma cosa me ne frega a me della tua vita, dei maialini spagnoli che muoiono poco dopo la nascita e che finiscono nelle nostre tavole e che sanno di gomma, dei polli di batteria che muoiono di malattie e che vengono venduti ugualmente, di tuo figlio ammazzato da mediocri medici obiettori, di tua moglie che si è lasciata andare fino ad ammalarsi seriamente, fin quasi a rinunciare a vivere. E invece gli ho solo chiesto se fosse di Cagliari. “Sono Sardo” è stata la sua risposta. Me ne sono andato col suo numero di telefono in tasca, e lui il mio, con la promessa di un mirto ben più denso di quello che abitualmente vende e con un’altra di ritrovarci al laghetto di Trigoria per una pescata insieme.
Uomini col carico della propria storia, trasparenti come il vetro o aperti come un libro aperto, niente di più e niente di meno.

Così stasera, invece di pensare alla mamma di tutti gli italiani che ha ormai perso conoscenza, di controllare i sondaggi sulla sfida Obama-Hillary, di pensare ai blindati italiani in Afganistan con impressa la palma dell’Afrika Korpsc, di concentrarmi sull’eventuale differenza tra un accordo vero e uno finto, tra una riforma elettorale e l’altra e referendum e tante altre menate ho solo voglia di bere, perché di bottiglie di filuferru me ne ha vendute due più una di mirto, in barba agli altri clienti. Perché alla fine mi ha pure regalato una bottiglia di novello da bere alla mia salute.

Ci si ubriaca col filuferru? Certo che no! Neanche al terzo bicchiere e neanche al quarto! Non ci si ubriaca con l’alcol ma con la musica. Ci si ubriaca di rock, stasera, perché la porta del labirinto è contenuta in uno degli album più belli degli anni ’90; perché lo richiede il momento e perché i Gang non li ascolto da un po’ di tempo. Perché Marino è scoppiato a ridere quando gli ho chiesto (tempo fa) di cantare (o recitare) “Il buco del diavolo” – “siete in due a chiederla, tu e uno di Milano” – lasciando intendere che non se la ricordava. Perché una volta (e) per sempre abbisogna trovare il coraggio di andare avanti, verso la porta dell’uscita, fregandosene del fatto che sia d’oriente o d’occidente.
È un po’ come stringere nella mano una manopola quando si profila un rettilineo lungo largo e vuoto: pochi millimetri e pochi secondi per sentirsi catapultati oltre; così la rotella del mouse che regola il volume del piccì, ché il rock bisogna lasciarlo urlare, sentirlo mentre frantuma la membrana e il martello e l’incudine e tutto il resto dell’orecchio medio.
E ci metto il testo di questa canzone, non per le due o tre persone che di tanto in tanto passano di qua (ché tanto lo sanno a memoria) ma perché mi riporta al giudizio morale degli adulti che ero obbligato a frequentare allora sul martire di Ostia. Ce lo metto, questo testo, per tutti i poveri cristi che vengono scaraventati giù e ancora più in fondo da una società di merda che fa scontare ai figli le colpe dei genitori e premia i figli coi meriti dei genitori. Per tutti coloro che sono partiti, ma solo per tornare.

Il buco del diavolo

Gli zingari del fiume
erano tornati
dopo aver chiuso
il Grande Cerchio
là dove abita il vento
e il sole va a dormire.
E noi per giorni
e giorni andammo
a sud e a sud ancora.
Tutto ormai era lontano
le torri il giardino il fiume
e la montagna.
Fino a che solo noi
con il deserto dentro
gli occhi e le gole
E sete e sabbia
Bestemmia e Preghiera
bruciavano le parole.
Quando cademmo
fermi aspettammo la visione
nella valle dell’ultimo sospiro
vennero il coniglio
ed il serpente
custodi e testimoni
della tentazione.
Noi li seguimmo fino
alla Grande Gola
dove il Corsaro di Casarsa
ci aspettava
“Venite” disse “giù
e ancora in fondo
nel Buco del Diavolo, giù
dove si va una volta sola”
E noi per nove giorni andammo
giù e ancora in fondo
gradino per gradino
fino alla Porta del Labirinto.
C’erano due gemelli
a far la guardia
Amleto ed Arlecchino
Il Poeta d’Officina ci disse
entrando
“non vi guardate indietro
non fermate il passo
al pianto e alle grida
andate sempre avanti
fino alla porta d’Oriente
la Porta dell’uscita”
E passammo tra i cortili
le mura le stanze ed i cancelli
erano vinti e vincitori
erano lupi ed agnelli.
Vedemmo le madri partorire
una guerra
e i padri annegare quando
il fiume era in piena.
Vedemmo i figli divorati
dalla scimmia sulla schiena.
Il Diavolo dormiva
e sognava la palude
quando noi smarriti e stanchi
arrivammo nell’Orto dei Pensieri
sotto il Pesco di Giuda
c’erano due uomini seduti
soli tristi e muti.
Il primo si alzò dicendo
che nell’altra vita
si era fatto Dio da solo
per in miracolo padano
Aveva usato l’inganno e la rapina
ma con un colpo solo sparato
dal terrore
era venuto qui a nascondere
per sempre la sconfitta
e il disonore.
L’altro con gli occhi a terra
e la voce che tremava
disse che nell’altra vita
si era fatto da solo
un uomo di sangue ossa e sudore
ma quando il suo tempo
non venne più pagato ad ore
la rabbia non trovò la strada
per giungere al suo cuore
Un nodo alla gola fu la soluzione
era venuto anche lui
a nascondere per sempre
la sconfitta e la delusione.
Più avanti gli altri andavano
quando io udii una voce
veniva da un rovo
di spini e di rose
“Portami via con te portami via”
ed io la vidi spezzata in mille specchi
e dissi ” Ora che ti ho trovata
verrai con me per sempre
anima mia”.
E passai da solo il tunnel
il lunapark la pista degli scontri
fino all’uscita
dove tutti insieme una volta ancora
ci trovammo.
Il Martire di Ostia ci salutò
per tre volte le braccia sulle spalle
tre volte tutti lo abbracciammo
aveva un giglio in mano
quando ci disse
con una lingua nata di domenica
“voi siete partiti
ma solo per tornare
ed ora che le strade
sono vuote
una volta per sempre tornate
al tempo delle rose”.

(GANG)

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Written by Ezio

1 febbraio 2008 a 22:44

Pubblicato su Senza Categoria

4 Risposte

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  1. mi chiedo come si possa rendere il tremito di una mano sull’immagine della copertina di un libro qualunque?!
    Altro non so aggiungere a questo tuo squarcio che – non so perché – mi è piaciuto. E non poco!
    Ad ogni modo, sappilo, per gli isolani (anche per quelli un po’ falsi come i siciliani che stanno troppo vicini alla terraferma eppure si spacciano e ce la fanno per isolani per eccellenza) c’è u tempo per il tutto e per la parte. Io, ad esempio, a volte sono sicialiano, a volte siracusano, a volte di ortigia. Poi, altre volte, riesco anche ad esser fiorentino. Ma questa è un’altra storia.

    salud

    franco

    1 febbraio 2008 at 23:04

  2. Il tremito si può rendere con una foto leggermente “mossa”:-) ma qui volevo rendere “visivamente” il contenuto del libro: la storia di quattro ragazzi romani che diventano brigatisti sul finire degli anni ’70. E sparano. Conto di finirlo di leggere stasera, anche se il romanzo non mi sembra granché almeno fino al punto in cui sono arrivato.
    Sugli isolani non saprei che dire tranne che – almeno per ciò che riguarda la Sardegna – gli abitanti dell’entroterra si considerano (credo) diversi dai “cittadini”. Ma è una mia supposizione, niente di più.

    buonavita

    Ezio

    1 febbraio 2008 at 23:24

  3. il tremito è ben altro da una foto mossa, credimi. E il libro è ben altro che un romanzo su quattro ragazzi romani, dammi retta! Prova un pochino a contestualizzarlo e ti renderai conto – forse :) – che ci sono delle “forzature” che attengono ad altro, ad una sorta di sintesi. No, ezio, non è affatto un romanzo. E’ un’operazione fantascientifica che ha un suo senso. Anche perché primavalle, per quanto mi abbia fatto un buon effetto, non è la sintesi. Ma il ragazzo che ha scritto il libro, in qualche modo l’ha fatta diventare tale.
    Quanto agli isolani, sono strana gente!

    salud

    franco

    1 febbraio 2008 at 23:37

  4. E sì che ti do retta, ma solo ora che l’ho finito!:-)
    Mi mancava, prima delle pagine finali, la “recensione” della parte emotiva: non la scelta ma il “dopo” la scelta. Devo ammettere che le poche pagine che descrivono un fatto accaduto durante la finale del mondiale lasciano senza fiato. I riferimenti storici ci sono, per quello che posso ricordare e per quello che riesco a leggere tra le righe, compreso il finale dentro la 112. Nomi veri e nomi fittizi, come deve essere.
    Piuttosto, nel libro ritrovo ben chiara un’idea che mi porto dietro da tempo: a vincere non sono i più forti bensì le più carogne, coloro che hanno per nemico l’uomo e il suo desiderio di libertà e partecipazione nella sua interezza.
    Vince (in generale) il potere perché più spietato, perché privo di qualunque etica, perché non esita ad ammazzarne cento per punirne uno.

    buonavita

    Ezio

    2 febbraio 2008 at 10:03


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