Palabrasenelviento

Palabras en el viento

‘a munnizza

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Pare proprio che il sistema capitalista abbia come risultato finale la “monnezza”, nel senso che solo dalla distruzione dei beni si possono produrre altri beni (che poi è quello che sta accadendo con le guerre in corso, derivate in gran parte dalla sovapproduzione). Ora, non posso non chiedermi perché per costruire mobili si tagliano alberi, poi si triturano, e il risultato della triturazione si impasta con colle chimiche che dopo pochi anni si decompongono mentre un mobile di (vero) legno dura anche duecento anni; così come non riesco a spiegarmi per quale arcano motivo si “impacchettano” bevande con quell’immondo tetrapak, quando l’uomo usa la sabbia (vetro) da centinaia di anni. Si può descrivere come un bisogno di mutamento: Sei depresso? Incazzato? Comprati qualcosa di colorato o qualcosa che butterai il giorno dopo, che intanto il tuo stato d’animo muta e per questo giorno tutto passa… I contenitori con alimenti abbisogna colorarli con colori sgargianti e inquinanti, ché altrimenti non li si vede sul bancone merdaiolo…
Mi viene in mente, scrivendo, che la difficoltà non risiede nel risultato finale – chessòio, un pantalone o una gonna – bensì nella difficoltà di accaparrarsi il cotone o la lana e dopo… dopo niente (o tutto). Dopo si tratta solo convincere gli acquirenti a comprarsi dieci pezzi di ogni capo, e se questi durano troppo abbisogna solo fare in modo che dopo un anno si rompano. Produzione di “monnezza”, per l’appunto.
Monnezza sempre. Euro 0? 1? 2? E butta via cazzo che ci sono gli incentivi…
Ora, cosa accadrebbe se domattina il “cinquantapercento” di tutta la produttività mondiale smettesse di produrre in uguale percentuale? Niente, sulle nostre tavole, nelle nostre dispense, officine, garage, non ci sarebbe nulla di diverso, così come nei negozi. Niente se non un crollo dell’economia mondiale in grado di scatenare una (altra) guerra in nome di ciò che non verrebbe a mancare.
E allora? E allora non ho niente da dire ai napoletani e ai cagliaritani, vittime di un sistema che pone le merci e il profitto ben al di sopra della dignità dell’uomo, semmai avrei qualcosa da dire contro l’oggettiva ottusità legata all’obbedienza, al di là di chi sia il padrone che comanda.
Perché scrivo questo? Perché mi rendo conto che il tessuto sociale non appartiene al potere, né politico né giudiziario, ma solo a chi del tessuto ne è parte, fino a sentirlo cosa propria, fino a difenderlo con le unghie e con i denti dagli assalti di chi scompone il territorio in aree di serie A e di serie B. Perché continuo a distinguere l’essere dall’avere, l’esistere dal vivere. Perché finiremo tutti con lo spararci l’un l’altro davanti all’ultimo distributore vuoto, che sia di cibo o di benzina; perché i pochi che si salveranno moriranno soffocati dalle esalazioni dei cumuli di immondizia e del loro stesso vomito, in quanto, anche loro, da considerasi merce, materiale da consumo per produrre altri beni.

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Written by Ezio

12 gennaio 2008 a 23:06

Pubblicato su Senza Categoria

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