Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Di ritorno

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È bello ritrovare la propria home dopo una quindicina di giorni, si ritrovano file che il tempo aveva fatto dimenticare: cose scritte, copiate dai libri, prese in rete da luoghi che non si ricordano più. Più di quattrocento messaggi sul server, scaricati e (quelli lodevoli di attenzione) letti con la calma che meritano. Tanto spam, qualcosa che sapevi da sempre, qualcosa che proprio non t’aspettavi. Un buon trenta per cento del backup mandato a farsi friggere (quante cose inutili che si salvano sull’HD, a volte…) e tanto lavoro di ripristino fortunatamente diviso con un’altra persona.
Quindici giorni con in mezzo le feste di natale, inutili come sempre, e un ottimo capodanno passato con le persone giuste.
Le pagine di “Libertad”; una ripassata al “Mistero di Orione”; un pranzo con un fratello (fino a quel momento sconosciuto) di tuo figlio; tanti, tanti km col nuovo giocattolo che babbo natale ha avuto la grazia di anticipare al quindici dicembre.
Clak e si va, curva dopo curva, col vento addosso e il piacere sotto la pelle, verso lidi che solo su due ruote riesci a godere appieno: l’arco nelle alte mura del vecchio borgo di pratica di mare, terra che fu di Enea e Lavinia, anche le mie origini soni lì. Anzio e il porto. Il muro dell’ospedale militare che scavalcavi troppi anni fa. Panorami lungo la costa laziale che dall’interno di una macchina sfuggono sempre agli sguardi.
Clak e si torna, curva dopo curva, col vento addosso e il piacere sotto la pelle, e ci si siede davanti al piccì, e si trova un file che si era dimenticato, copiato da qualche libro di cui non si ricorda il titolo.

L’uomo negato aveva commesso violenza.
La droga dentro la vena e intorno il cemento.
Sbagliò nel dire sì alle mille voci evidenti e silenziose invitanti all’esaltazione.
Fu debole nel fronteggiare spinte dell’odio confuse e provenienti dal centro del caos.
Proprio lui che non ebbe e non poteva attenzione e funzionali difese.
Neanche solidarietà poiché straniero dai soliti borghesi formicolanti, milioni e poi milioni di azionisti minimi per il possesso del pianeta.
Non la corazza del bravo danaro.
L’indegno e assolvente pio danaro.

Quale centro esistente di potere consolidato o aspirante lo vuole?
A chi conviene interrogarlo veramente?
Gli fanno domande con scetticismo.
Lui non sa.
Prova a dire di sé ma scopre che non si è mai conosciuto.
Vero è soltanto che gli si spalancò un abisso eccitato da fiamme.
Può dirlo?
Li ascoltano loro i deliri?
Balbetta nello scetticismo suo senza guardarsi neanche intorno.
Forti le braccia i modi gli argomenti lo mettono nella gabbia.

Non avendo peluche mangia e beve.
E dorme e a volte canta ma senza contratto e falso respiro.
Qualcosa di lui non è allucinazione né paura e nemmeno un tentativo di imitare i signori ragionamenti.
È qualcosa che l’uomo nella gabbia si mette ad ascoltare ricordando parole degli anziani quand’era bambino.
Sulla natura e stagioni e animali.
Pensa e gli sembra di aver ritrovato un’espressione che apprese e che suona così “lo spirito”.
Capisce che è parola senza confini e piange il suo bisogno di fraternità.

Sono passati lenti lenti gli anni.
I suoi canti sono divenuti poesia.
Gli appaiono i sogni notturni, bambini che aspettano le parole.
Gli nasce dentro una sorte di speranza.
Ma scocca l’ora inesorabilmente nella stanza dei forti senza anima.
Lo stendono e avrà nella vena la droga che non altera ma uccide.
Per punizione.
Perché istigare ad altro odio loro conviene.
Lui fugge via per sempre dal canto, dal pensiero, dal sogno e dal rimorso.
Un uomo? No, l’uomo negato.

(Alberta Bigagli)

 

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Written by Ezio

6 gennaio 2008 a 23:29

Pubblicato su Senza Categoria

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