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Lavoratori

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Diversamente da quanto viene affermato dalla sociologia moderna la classe operaia (o forza lavoro o comecazzo la chiamano) non tende affatto a scomparire, più semplicemente si decentra e si riordina in luoghi diversi. Il decentramento avviene spostando la produzione verso i paesi più poveri, dove lo sfruttamento delle “risorse umane” assicura vantaggi fino a ieri inimmaginabili alle imprese del capitale. In quelli che possiamo chiamare “paesi centrali”, con la scusa dell’insicurezza, si propongono alle classi più abbiette alleanze con i “paesi periferici” per meglio sfruttare il terzo mondo. Ora, poiché la produzione capitalista è più che mai diffusa, la liberazione individuale del salariato non non ha più senso se non in senso universale; la libertà, infatti, non finisce dove inizia quella dell’altro bensì può esistere solo nella condizione della libertà dell’altro.

Con la parola “lavoro” – infatti – non si fa altro che creare confusione tra divisione tecnica e divisone sociale, tanto che con questa parola ci si riferisce sia all’attività costitutiva degli uomini (produzione per ciò che riguarda i bisogni primari) sia al modello schiavista (produzione per il mercato) con il quale il capitalismo tende sempre più alla divisione in classi. Questa seconda forma di lavoro è quella che uccide: quando c’è e quando manca, quando la si perde e quando la si cerca.

Abolire questa forma di lavoro significa abolire il capitalismo per dar vita a quell’utopia comunista-libertaria del lavoro intesa nel primo senso.

Le fabbriche devono passare dalle mani dei padroni a quelle dei collettivi, come è accaduto – a più d’una – negli ultimi anni in Argentina. Casi che stanno lì a dimostrare come una corretta gestione e una ripartizione in parti uguali degli utili e delle spese di gestione sia indispensabile anche per il benessere della comunità cui i lavoratori appartengono.

Non più morti bianche, ripetono dagli scranni del parlamento e dalle comode poltrone degli uffici dei quotidiani; e quando avvengono giù a chiedere solidarietà e ancora solidarietà, come se le morti bianche non avessero anche la valenza di ripulire le (loro) coscienze attraverso quella che ostinatamente chiamano e continuano a chiamare “solidarietà”, velatamente occultando quella schifosa parola che sarebbe ben più appropriato pronunciare o scrivere: carità.

Non più morti bianche. Non più carità. Nient’altro che prendere (o riprendere) quel che spetta.

 

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Written by Ezio

10 dicembre 2007 a 23:07

Pubblicato su Senza Categoria

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