Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Di sacro e di umano

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Il tentativo di umanizzare il sacro – senza per questo profanarlo – di Fabrizio De André ne La buona novella, credo sia un tentativo pienamente riuscito; oltretutto credo sia uno dei pochi album dove la “lettura” riesca quasi a far passare in secondo piano metrica e melodia.
Testi intrisi di vita terrena, dove gli attimi – sommati – si susseguono l’un l’altro fino a ordinarsi e formare vicende assolutamente umane, carnali, come del resto lo sono i personaggi di cui ci racconta a suo modo la vita.
C’è una canzone, Tre Madri, dove il dolore provato non lascia adito a diverse interpretazioni: la vita e la morte si intrecciano e si mescolano, tre madri davanti a tre figli condannati a morte e, per una di queste, il dubbio.
L’ultima strofa: “Non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio” sembra essere una sorta di pietra tombale sulla sacralizzazione dell’uomo.
Ho letto da più parti che solo la capacità espressiva di De André fosse capace di narrare dal punto di vista umano le emozioni (cosiddette) divine, e devo ammettere che albun con una tale intensità poetica – oltre questo – non ne ricordo.

Poi, a distanza di anni, scopro una splendida quanto antica canzone popolare umbra, interpretata da quel Gastone Pietrucci che ha una voce tanto roca e tanto potente che sembra entrarti direttamente nello stomaco più che entrarti nelle orecchie: “Sotto la croce Mmaria”.
In questa canzone Maria ci viene presentata come da sempre l’ha riconosciuta e cantata il popolo: una tenera e angosciata madre terrena. Il dolore, anche qui, è un dolore del tutto umano, e lo si percepisce assai bene questo dolore di una madre che piange la morte di un figlio “brigante” a causa del potere di allora. (“Come la madre di Masi, detto Bellente ha pianto il suo, come tutte le madri dei “briganti” hanno pianto e piangeranno quella dei loro figli.”)

Sotto la croce di Mmaria

Sottò la croce Mmaria
che fare più non sapea
la jente che stea llì
guardava Ggisù e piagnea

Non esse’ triste perché
su ‘n cielo vacò contento
ma io chi ssola starò (1)
me tocca mmorì’ llo sento

Lo sangue intanto che dà
llo legno gne’ po’ scolava
Maria ‘ccucciata a goccia
a goccia je lo baciava

Lu sole nun s’alzò(2) più
la luce se ne sparette
la jente se ‘mpaurì
e via se ne fujette

Ggisù ‘l suo volto piegò
e poi je ‘ntrò in agonia
sottò la croce restò
piagnente Matrè Mmaria.

(1) Variante: ma io qui restarrò

(2) Variante: nun scallò più

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Written by Ezio

17 novembre 2007 a 20:12

Pubblicato su Senza Categoria

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