Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Ricordi

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A volte le storie che durano di meno – che siano d’amore o d’amicizia o, magari, solo di sguardi e di parole scandite tra un silenzio e l’altro – sono quelle che lasciano “segni sulla pelle” più marcati di altre.
Non vogliono essere qualcosa di dovuto queste parole, anche perché risalgono al 19 agosto del 2002 e postate allora su di un Newsgroup, ma solo il ricordo di una persona che conobbi 25 anni fa e che frequentai per un brevissimo lasso di tempo. C’era tutta una vita davanti, allora, e un mondo da spogliare lentamente, da gustare giorno dopo giorno, poco tempo dopo la fine di un tentativo di rivoluzione che venne combattuto anche riversando nelle strade quantitativi immensi di eroina, per divorare ogni sorta di collettività e senso critico.
Ci riuscirono, visto l’oblio in cui si cadde nel decennio che stava iniziando: gli anni ‘80.

(Se ancora sei, ovunque tu sia, questa è per te.)

La cattiva strada

Per quanto lunga l’ho imboccata un giorno; due passi, forse tre.

“Alla parata militare sputò negli occhi ad un innocente
e quando lui chiese perché, lui gli rispose questo è niente e
adesso è ora che io vada…
e l’innocente lo seguì, senza le armi lo seguì, sulla sua cattiva
strada”

Con i denti stampati sul dorso della mano e un sapore dolce nella bocca,
spinto su di un treno dall’autorità costituita; verso un’avventura che
sarebbe dovuta durare un anno, ed un anno durò.

Il rumore del mare entrava attraverso i vetri rotti dell’ospedale, non
ho mai tenuto il conto di quali e quanti fossero, ma questo lo ricordo
bene, con esso l’aria fredda e carica di sale tipica delle sere
invernali; stretti, a far da companatico tra due materassi, vestiti di
tutto punto, in una camera senza coperte né lenzuola.

Passato il contrappello, tra le 22 e le 23, si saltava la finestra del
primo piano, cinquanta metri al riparo delle siepi, con le siringhe che
si rompevano sotto le scarpe; si scendeva il fossato e si saltava fuori,
verso la vita notturna di una cittadina sul litorale laziale.

“Sui viali dietro la stazione rubò l’incasso ad una regina e quando lei
gli disse come, lui le rispose forse è meglio, è come prima,
forse è ora che io vada… e la regina lo seguì, col suo dolore lo
seguì, sulla sua cattiva strada.”

Un paio di birre, “trovate” tra la stazione e il porto, da consumarsi
sulle panchine del lungomare; il tempo a raccontarci del dolore, che
segue sempre la gioia di un’ora di libertà rubata. Magro, con le guance
incavate e gli occhi di rana, l’andatura ondeggiante portata con su
fierezza. Non traspariva dolore dal suo sguardo, né traspariva odio.
Le braccia che sembravano punte da una miriade di insetti. Non aveva mai
freddo lui.

“E in una notte senza luna rubò le stelle ad un pilota: quando
l’aeroplano cadde, lui disse è colpa di chi muore, comunque è meglio
che io vada…ed il pilota lo seguì, senza le stelle lo seguì, sulla
sua cattiva strada.”

Non rubò nulla, in una delle sere in cui restammo imprigionati nel
recinto insieme ad altre cavie; lo guardai mentre si univa agli altri,
in fila, come ad un imbarco su una carretta volante dalle ali rotte;
restai indietro, ascoltando il rumore dei loro gesti, l’affannarsi del
loro respiro. A turno. E mai una voce.

“Ad un diciottenne alcolizzato versò da bere ancora un poco e mentre
quello lo guardava lui disse Amico, ci scommetto, stai per dirmi adesso
è ora che io vada… l’alcolizzato lo capì, non disse niente e lo
seguì, sulla sua cattiva strada.”

Qualcuno versò troppo quella notte, ero già tra i materassi quando
tornò in camera, barcollando più di quanto l’avessi visto barcollare
altre volte, non disse una parola, non incrociammo gli sguardi, si
lasciò cadere sul letto, si lasciò addormentare.

“Ad un processo per amore baciò le bocche dei giurati ed ai loro
sguardi imbarazzati rispose adesso è più normale, adesso è giusto,
giusto, è giusto che io vada… ed i giurati lo seguirono, a bocca
aperta lo seguirono, sulla sua cattiva strada, sulla sua cattiva
strada.”

Non ci sono strade, c’è la strada: lì assaporo la vita, l’annuso, la
sento scorrere nelle vene, dalla foce al delta, mi esalta; lì dove i
tuoi sensi non arrivano a percepire nulla io sento il mondo, il mio
mondo. Non seguirmi più!
Non capivo, non ero un giurato, ma lo seguii.

“E quando poi sparì del tutto, a chi diceva è stato un male,
a chi diceva è stato un bene, raccomandò non vi conviene venir con
me dovunque vada.”

Lo seguii; solo anni dopo capii quali fossero le mie intenzioni di
allora. Si preparava in silenzio, c’erano altri, il rito dietro le
siepi, feci due passi, forse tre; mi fissò negli occhi senza dire
nulla. Un silenzio carico di parole.
Tornai indietro, nella solita camera, solito companatico.
Dopo un paio di giorni fu riformato.

“Ma c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore, sulla
cattiva strada, sulla cattiva strada.”

 

 

 

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Written by Ezio

27 ottobre 2007 a 19:24

Pubblicato su Senza Categoria

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