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Palabras en el viento

Uomini e scienza

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Tra i miei hobby c’è sempre stata l’astrofilia, tanto che possiedo un telescopio da otto pollici di diametro più vari marchingegni ottici che mi permettono di guardare un po’ oltre la visione degli occhi. Ho passato anni col naso in su, spesso delle mezze nottate e a volte delle nottate intere. Altre volte, quando c’erano eventi notturni come occultazioni di stelle o eclissi di luna, mi svegliavo per osservare e poi tornavo a dormire, freddo o non freddo, lavoro o non lavoro il giorno dopo. Certo, se potesse sentirmi Pierangelo Bertoli probabilmente mi canterebbe “Caccia alla volpe”: “… ripensa ai suoi anni spesi male, a guardare la luna col cannocchiale…” Mi perdonerà, uno dei miei compagni di viaggio, se dico che non trovo nulla di più poetico di un cielo limpido e terso in alta montagna. Ma anche se oggi tutto è diventato un po’ più stancante, tanto che il povero Mede non esce quasi più dalla camera, non rinnego questo passato, anche perché di tanto in tanto mi ci diletto ancora.

Devo ammettere che c’è stato un momento in cui il mio credo nella scienza era totale, tanta era la convinzione che la ricerca (scienza) e l’applicazione (tecnica) potessero risolvere tutti i problemi che affliggono l’uomo. Lo scienziato rappresentava l’essere infallibile: me lo raffiguravo ateo, razionalista, altruista, ma anche bonaccione e, soprattutto, con un’intelligenza superiore, quasi un altro essere.

Quello che penso oggi non sto neanche a descriverlo, mi limito a dire che odio profondamente tutto ciò che è establishment e che la scienza la ritengo perfettamente descritta con questa parola.

Oggi (o ieri, o l’altro ieri, non so.) un vecchio nobel per la medicina (che non è scienza ma una sorta di artigianato) se n’è uscito col giochino dei test per misurare l’intelligenza, specificando che alcune razze (i negri, guarda un po’, ma probabilmente anche i figli della chingada) devono mancare di alcuni geni, tanto da essere “scientificamente” meno intelligenti dei bianchi. Al di là del risibile fine dei test, che non misurano l’intelligenza ma le attitudini, e delle risibili parole del dott. Watson, credo che “le prospettive del continente africano se ne debbano sbattere delle nostre politiche sociali e colonialiste, poiché esse si basano sull’intelligenza misurata e attribuita da test applicati alla nostra società e al neoliberismo”; e questi test non smentiscono nulla, se non un povero vecchio bavoso nonché nostalgico nazista.

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Written by Ezio

18 ottobre 2007 a 21:23

Pubblicato su Senza Categoria

Una Risposta

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  1. Siccome due blog in due giorni, tra quelli che leggo, hanno riportato questa notizia, si vede proprio che era destino che io rompessi le palle :). Sebbene il tizio in questione sia chiaramente un nazista, nonché ignorante addirittura più di me per quanto riguarda le scienze sociali, c’è una cosa che mi preme sottolineare, forse un po’ per deformazione professionale.

    Tentare di operare una quantificazione dell’intelligenza (che nessuno è ancora nemmeno riuscito a *definire*), o dell’intelletto, è un esercizio futile e in ultima analisi stupido; formulare, sulla base di una classificazione tanto arbitraria, giudizi sintetici, e su questi magari costruire una serie di pseudoteorie socioeconomiche, è un’operazione che, a parte l’indignazione, non può che suscitare ilarità. È uno dei modi migliori per costruire quelli che io chiamo affettuosamente castelli di sabbia e piscio. Tutto questo a prescindere dalla circostanza specifica. Sarebbe sufficiente, a parte il buon senso, un’infarinatura dei rudimenti di un minimo di scienze cognitive per rendersene conto.

    Francesco

    19 ottobre 2007 at 14:21


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