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Palabras en el viento

I pagliacci

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Mi è capitato di leggere, da qualche parte in rete, che i buffoni di corte possono essere associati ai pagliacci dei circhi, anche se il potere dei primi fu un potere ben più grande di quanto il loro mestiere faccia pensare, tanto che molti di loro furono dei veri e propri consiglieri politici. Non mi avventuro oltre per ignoranza storica, ma quando sento parlare di pagliacci non posso fare a meno di pensare al circo. Pagliacci, equilibristi, contorsionisti, è questo il circo nei miei ricordi di bambino. Amavo e tuttora amo anche gli animali, del circo e non, anche se il tempo mi ha insegnato a mal sopportare addestratori e domatori.

I pagliacci, però, preferisco chiamarli clown, perché il termine pagliacci nell’unica lingua con cui ho una certa familiarità è diventato nel tempo una sorta di insulto ad un presentarsi e agire poco consoni, poco il linea con le pratiche comportamentali imposte dalla società in cui siamo immersi e da cui siamo sommersi.

C’è una canzone che ne parla, ed è una delle varie canzoni che si possono ascoltare e vedere contemporaneamente, come un film, perché ogni frase è un fotogramma che scorre, riempito da una serie infinita di parole, spunti, dettagli e ricordi lontani. La amo come poche questa canzone, perché narra di un riso che perde spontaneità man mano che avanza il tempo: “Un tempo ridevo soltanto a veder l’incanto di noi”; fino al punto da diventare mestiere, tanto che anche davanti al dramma bisogna “Ridere per compiacere… e allora ridano gli altri di noi”.

E il mestiere, per quel che posso capire, è lavoro, è sacrificio e nient’altro.

 

Vinicio Capossela

 

I pagliacci

 

Un tempo ridevo soltanto

a veder l’incanto di noi

vestiti di piume e balocchi

con bocche a soffietto

e rossetto negli occhi

 

scimmie, vecchiette obbedienti

e cavalli sapienti

sul dorso giocar

ridere era come amar

 

poi ripetendo il mestiere

s’impara il dovere di recitar

e pompa il salone il suo fiato

e il riso è sfiatato dal troppo soffiar

di creta mi pare il cerone

s’appiccica al volto

il mal del buffone

ridere vorrei stasera

ridere vorrei per me

 

Un Due Tre!

all’erta gli elefanti in piedi

saltino le pulci avanti

attenti passa il domatore!!

L’anima che ride

ride e sempre riderà

come una preghiera

 

i trapezi ronzavano elettrici

uccelli di piuma di un mondo di luna

legati i compagni per mano

libravan da pesci

vicini e lontano

si sfioran d’un tratto i due bracci

appesi nell’aria

come due stracci

sul sangue buttarono rena

ed entran di corsa i pagliacci.

 

E sempre ridere per compiacere

la sala piena da mantenere

che bello udire

l’applauso ilare

gonfiar la sala

scacciare il male

e sempre cedere con batticuore

a sogni e parole

da far scoppiare!!

 

Il padrone ha la tuba allungata

ed ha baffi arditi

e in fondo già sa

che restiamo alla frusta qui uguali

felici e incapaci di esser normali

e allora ridano gli altri di noi

e allora ridano gli altri stasera

ridano gli altri per noi.

 

Ezio

 

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Written by Ezio

4 ottobre 2007 a 22:10

Pubblicato su Senza Categoria

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