Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Versi

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La primera canción.
È Del ‘73. Fa “il verso” al altre. Non riesce a stancarmi.

Hombres de hierro
Intérprete: León Gieco

Larga muchacho tu voz joven
como larga la luz el sol
que aunque tenga que estrellarse
contra un paredón
que aunque tenga que estrellarse
se dividirá en dos.

Suelta muchacho tus pensamientos
como anda suelto el viento
sos la esperanza y la voz que vendrá
a florecer en la nueva tierra.

Hombres de hierro que no escuchan la voz
hombres de hierro que no escuchan el grito
hombres de hierro que no escuchan el llanto.
Gente que avanza se puede matar
pero los pensamientos quedarán.

Puntas agudas ensucian el cielo
como la sangre en la tierra
dile a esos hombres que traten de usar
a cambio de las armas su cabeza.

Hombres de hierro que no escuchan la voz
hombres de hierro que no escuchan el grito
hombres de hierro que no escuchan el llanto.
Gente que avanza se puede matar
pero los pensamientos quedarán.

Written by Ezio

22 Ottobre 2009 alle 22:47

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Il grugno

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1.

Cara notte! Eccoci di nuovo
cosa raccontiamo questa volta al giorno
alle formiche, alle lucciole, al secondino?
Tutto! Tranne l’indecente desiderio di vivere.

2.

Siamo questo gesto
che si affanna per colorare l’arcobaleno.

3.

Il campanile grugna
malmenato dalla pioggia sporca
prosegue, inciampa, si alza.

Irrespirabile l’alito delle case
vestite di cemento, di speranze marce
ma tenere come lo sguardo infantile.

Il grugno traballa da muro a muro
con la grazia di un mulo
per morire come una farfalla
all’odore di questa cella.

4.

La radice dell’ordine mi reclama
sono il concime della democrazia
tranquillo sarò il suo albero di natale
senza le vene sono il tuo orto traballante.

5.

Caro giorno! Che cosa raccontiamo alla notte?
Peccato! Peccato!
Non abbiamo più fiabe.

(T.E. Brhan)

Written by Ezio

19 Ottobre 2009 alle 18:46

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Realtà

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IMLa storia del “ribelle” Jim Morrison credo sia ben conosciuta, e in ogni caso google ne sa ben più di quanto possa saperne io. Più che altro sembra di difficile comprensione, per certe forme di società e per chi ci vive dentro, il perché del senso di ribellione, che poi questa si può tradurre con voglia di conoscenza. Più si conosce, si sperimenta, si verifica, si testa, si azzarda, più si è ribelli. Cacucci racconta in poche righe la conoscenza che si perde nei millenni di mille conoscenze, dentro una società che fagocita tutto e tutti depredando gli umani della socialità istintiva di cui sono intrisi, imponendo il freno delle regole e della morale.

“La scuola, il sistema sociale, persino gli amici, proseguono a un certo punto l’opera dei genitori – in quest’opera di snaturamento – e impariamo così a vivere la finzione. Siamo costretti a vivere come gli altri vogliono, a sentire ciò che gli altri vogliono, sopprimendo la nostra vera identità, la nostra autentica personalità. È una sottile forma di omicidio, e gli assassini – genitori, parenti, amici e la società intera – ci ammazzano piano piano, con il sorriso sulle labbra, e noi ci danniamo alla ricerca del fantasma della nostra realtà ormai perduta…”

Written by Ezio

17 Ottobre 2009 alle 13:21

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Infinito

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InfinitoVisto che Franco in qualche modo me l’ha fatto tornare in mente…
Non è che non ami le opere di fantasia, anzi. Ma per “romanzare” il futuro da qui a quasi due miliardi di anni, più che di fantasia, si abbisogna di immaginazione infinita e genialità infinita. E in qualche modo e in qualche tempo, la storia del libro e quella dell’uomo, devono pur finire.

Grandi sono le stelle, e l’uomo non è nulla per loro. Ma l’uomo è uno spirito giusto, che una stella ha concepito, che un’altra stella uccide. Egli è più grande della schiera delle stelle, brillante e cieca. Perché se è vero che in loro c’è una potenzialità incalcolabile, in lui c’è il conseguimento, piccolo ma effettivo. Troppo presto, almeno sembra, l’uomo giunge alla sua fine. Quando sarà finito, non sarà nulla, ma non è come se non fosse stato mai, perché egli è una bellezza eterna nell’eterna forma delle cose.

(Olaf Stapledon)

Written by Ezio

14 Ottobre 2009 alle 17:06

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L’uomo artico

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scarafaggioL’uomo artico appartiene alla piccola comunità indiana dei guaina, seguaci del profeta Mahvir. Il giainismo è una religione di Ahimsa, ossia di non violenza. I guaina credono che non si debba ferire alcun essere vivente né con le parole, né con i pensieri né tanto meno attraverso le azioni. Non gli basta non essere la causa diretta della non violenza, per i guaina bisogna assicurarsi di non approvare in alcun modo, anche indiretto, l’operato di coloro che commettono atti di crudeltà. I fedeli ortodossi vanno in giro con una mascherina che ricopre la bocca e il naso per non essere la causa della morte nemmeno di un moscerino.
Naturalmente sono vegetariani puri.

Siamo entrambi frutto del ventre fertile della Madre India, una terra nata da un’esplosione cosmica di colore, rumore e calore, ma mentre io sono un mare a forza nove, uno tsunami assetato di odio e stracolmo di paura, lui è un lago artico, un fiordo a gennaio. Siamo poli opposti costretti a condividere un momento di vita e questo spazio angusto e soffocante. Io non nascondo il disprezzo verso l’essere sciagurato che entrambi stiamo fissando – lo lapido di ingiurie e maledico la femmina che lo ha messo al mondo. Al contrario l’uomo artico lo osserva con i suoi occhi infinitamente tristi, avvolgendolo con uno sguardo pieno di compassione.
“Lo uccida! Prima lo fa meglio è per tutti!” – urlo, saltando su e giù come la dea Kalì che agita la collana di teschi insanguinati che porta al collo.
Lui rimane immobile, racchiuso nel suo guscio meditativo.
“Le manca forse il coraggio?” – domando secca. Vorrei strattonarlo per la manica del suo camicione, tirarlo per i capelli grigi per scuoterlo.
“Sì!” – ammette candido come gli abiti che indossa.
“Come sì?” Questa morte non può essere ritardata. Non sopporto più la tensione. Ma diamine, ne avrà uccisi chissà quanti in passato!
“Non creda che sia facile” – l’uomo artico, leggendomi i pensieri, sussurra come il vento tra i sari di seta messi ad asciugare nei prati verdi alle nostre spalle. Nei suoi occhi infinitamente tristi, merlati da piccole rughe, leggo la fatica che fa a convivere con persone come me – quelli che invocano il nome di Yama, il dio della morte, con troppa facilità.
“Non bisogna odiare, sorella mia” – continua piano, come se cullasse un neonato fra le braccia.
Questo è pazzo, concludo. Ma che cosa dice? E poi a cosa serve tanta ipocrisia? Il condannato è consapevole di avere i minuti contati.
“La feccia deve sparire dalla faccia della terra!” – sentenzio.
“Perché lo giudica a priori, senza sapere niente della sua storia?” – l’uomo artico e l’imputato si scambiano sguardi rassegnati.
“Ma si vuole sbrigare!” – Non mi serve sapere niente. So solo che deve morire.
Il condannato si rosicchia le unghie e avanza nella mia direzione a scatti.
“Chi siamo noi per decidere della vita e della morte?” Come può un essere umano avere tanta presunzione? Questa povera creatura pagherà le conseguenze delle sue cattive azioni nella prossima vita. O forse le ha già pagate. Non le sembra che stia soffrendo abbastanza? Guardi in che stato si trova! Odiato da tutti, incompreso, non può nemmeno dire una parola in propria difesa. Ma quanta sterilità d’animo deve avere l’uomo che riesce a emettere una sentenza capitale! Quanto poco amore deve avere ricevuto nella sua vita. Quanto deve sentirsi triste e solo. Quanto deve essere insicuro.
Io non ce la faccio, sorella. non posso ucciderlo. Non posso portare un simile peso per il resto della mia vita. E se una cosa simile dovesse capitare a me? Prima di fare qualsiasi gesto bisogna sempre mettersi nei panni dell’altro.”
“Ma che cavolo c’entra lei? non è mica come lui!” Proprio un boia rammollito in crisi di coscienza mi doveva capitare?
“E chi glielo dice? Chi le assicura che lui non sia buono d’animo come credo d’esserlo io? Che non ami e non sia amato come spero di fare ed esserlo io? Che non abbia le mie stesse insicurezze? Che come me non ami guardare le stelle e che non rimanga estasiato dallo spettacolo di un bocciolo do fior di loto che si schiude all’alba? Come posso essere certo che in una vita passata non siamo stati parenti o in una vita futura non diventi mia madre?”
Incapace di ribattere, metto le mani nei capelli e cerco di esorcizzare la paura sotto forma liquida – lacrime e sudore intrecciano sulle mie guance formando degli strani svastica. L’imputato si avvicina sempre più. Alza la testa e mi fissa. Basta, dico a me stessa. Basta aver paura. Basta dipendere dagli altri. Se l’uomo artico non vuole fare niente, lo farò io. Non celerò il mio disprezzo sotto un velo di pseudobuonismo. Un calcio forte. Darò almeno un fortissimo calcio a quell’essere sporco, nero ed infimo.
Faccio un passo avanti, ma mentre tendo la gamba e stringo gli occhi per mirare bene ecco che l’uomo artico si decide finalmente a darsi una mossa…
“Buona fortuna amico mio” – mormora chinandosi a raccogliere lo scarafaggio per una lunga ed esile zampa nera. Si drizza e lo libera fuori del finestrino del nostro vagone ferroviario.

(Laila Wadia)

Written by Ezio

13 Ottobre 2009 alle 17:24

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Cacerola de teflón

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No te oí… En los días del silencio atronador.
No te oí junto a las madres del dolor,
no sonaste ni de lejos, por los chicos, por los viejos… olvidados.

No te oí… Puede ser que ya no estoy oyendo bien,
pero al borde de las rutas de Neuquén,
no te oí mientras mataban por la espalda a mi maestro.

Y entre nuestros cantos desaparecidos
yo jamás oí el sonido de tu tapa resistente,
que resiste comprender que hay tanta gente
que en sus pobres recipientes solo guarda una ilusión.

Cacerola de teflón, volvé al estante,
que la calle es de las ollas militantes…
Con valiente aroma de olla popular.

Cacerola de teflón,  a los bazares,
o a sonar con los tambores militares…
Como tantas veces te escuché sonar.

No te oí… Cuando el ruido de las fábricas paró,
cuando abril su mar de lágrimas llenó.
No te oí con los parientes del diciembre adolescente… asfixiado

No te oí… Puede ser que mis oídos oigan mal,
pero no escuché en la exposición rural,
reclamar por el jornal de los peones yerbateros,
por la rentabilidad de los obreros,
por el tiempo venidero, por que venga para todos.

No te oí ni te oiré porque no hay modo
de juntar tu avaro codo, con mi abierto corazón.

Cacerola de teflón, volvé al estante…
De los muebles de las casas elegantes,
que las cocineras te van a extrañar.

Cacerola de teflón, a los bazares…
O a sonar en los conciertos liberales…
Como tantas veces te escuché sonar.

No te oí … En el puente de Kosteki y Santillán,
no te oí por el ingenio en Tucumán,
no te oí en los desalojos, ni en los barrios inundados  … de este lado.

No te oí… En la esquina de Rosario que estalló
cuando el angel de la bici se cayó…
Y sus ángeles pequeños se quedaron sin comida.

Y jamás te oí en la vida repicar desde acá abajo,
por un joven sin trabajo, a la deriva.
Debe ser que desde arriba, desde los pisos más altos
no se ve nunca el espanto y las heridas.

Cacerola de teflón, volvé al estante…
Yo me quedo en una marcha de estudiantes,
donde vos nunca supiste resonar.

Cacerola de teflón, a los bazares
o a llenarte de los más ricos manjares
que en la calle no se suelen encontrar…
Cacerola de teflón … a cocinar.

Written by Ezio

9 Ottobre 2009 alle 17:19

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L’esecuzione di Madero

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V.HPochi giorni dopo il tradimento, il diciotto febbraio, Huerta portava a compimento la sua opera. Il ventidue dello stesso mese le sue guardie del corpo prelevavano il presidente deposto e il suo vice Suarez dalle prigioni dei sotterranei del palazzo nazionale, dove erano stati rinchiusi dopo il colpo d stato, e li caricavano su due carrozze trainate da cavalli, dicendo loro che sarebbero stati trasferiti nella prigione di Città del Messico in attesa di un regolare processo. Ovviamente i vigliacchi mentono sempre, tanto che si trattava giustappunto di un tranello organizzato dallo stesso Huerta per eliminare i due leaders in modo pulito. Due giorni prima l’ambasciatore americano Wilson aveva detto che le buone tradizioni diplomatiche tra America e Messico non gli permettevano di intromettersi negli affari interni di quest’ultimo, per cui non poteva muovere e comunque non avrebbe mosso un dito per salvare il presidente. Tutto ciò lo disse alla moglie di Madero che, pur di salvare la vita del marito, era andata a supplicare l’intervento dell’ambasciatore. Alla periferia di Città del Messico le due carrozze che portavano Madero e Suarez, nonché un paio di scherani di Huerta, furono attaccate da una banda di uomini a cavallo. Il giorno successivo il giornali scrissero che si era trattato di una aggressione di elementi ex porfiristi decisi ad ammazzare l’uomo che aveva scalzato il vecchio dittatore. La realtà era ovviamente diversa. Ci fu una sparatoria assai breve e alla fine si constatò che nessuno della scorta né degli aggressori era rimasto sul campo o ferito, solo Madero e Suarez risultarono morti, col cranio sfondato a causa dei colpi inferti col calcio dei fucili.
Così finì la vita del piccolo apostolo della rivoluzione, piccolo di statura ma grande nell’animo. Colui che dopo aver suscitato la speranza delle masse popolari era ripiegato su posizioni più moderate, quasi conservative, favorendo in tal modo la riscossa delle forze più reazionarie. Il Messico, dopo la breve meteora di Madero, conservava così irrisolti i problemi che avevano fatto accendere il cerino da cui scaturì l’incendio della rivoluzione. Huerta aveva allora sessantuno anni, era un uomo alto, magro, ossuto e col cranio completamente rasato, con gli zigomi sporgenti dell’indio e gli occhi feroci e freddi del dittatore nascosti dietro gli occhiali. Non smise mai l’uniforme da generale che amava riempire di decorazioni guadagnate massacrando i sui stessi compatrioti. Dopo l’assassinio di Madero consolidò subito il suo trono: si liberò del concorrente Felix Diaz spedendolo a Washington grazie ad una missione speciale organizzata da Wilson, da dove il nipote del vecchio Porfirio non tornò più. Poi iniziò a fucilare i maderisti e gli oppositori. Tra il marzo e l’ottobre del 1913 fece ammazzare non meno di 150 tra uomini politici e deputati, sindacalisti e sostenitori di Madero. Tra gli altri fece fucilare il senatore cattolico Dominguez e il glorioso capo partigiano, Gonzalez, iniziatore della rivolta del novembre del 1910. Nell’ottobre del ‘13 Huerta sciolse con un atto di forza la camera dei deputati e il senato, arrestando i quasi cento parlamentari che ancora lo costituivano dopo l’epurazione antimaderista. I capi degli Stati e delle province periferiche che Madero aveva nominato, prendendoli tra le file dei rivoluzionari della prima ora, erano già stati rimossi e sostituiti coi generali fedeli al nuovo dittatore, oppure che avevano tradito. Orozco fu uno di questi: uno dei più gloriosi compagni di Madero, passato poi all’opposizione di sinistra, si affrettò da buon ultimo a passare dalla parte di Huerta, ma anche lui fece una pessima fine. Fu mandato nel sud a combattere in nome del regime i partigiani di Zapata, che non gli passava neanche per la testa di smobilitare e deporre le armi, ma fu fatto prigioniero e fucilato. Huerta, l’uomo che nei disegni dell’ambasciatore americano e dell’America stessa, nonché dei grandi proprietari terrieri, avrebbe dovuto (ri)portare l’ordine nel paese, lo gettava nel caos più profondo.

Nella foto: Victoriano Huerta

Written by Ezio

8 Ottobre 2009 alle 18:20

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Sottrarsi

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tramontoHo avuto l’impressione, come capita di solito a quelli della mia specie, che la società cercasse semplicemente di spogliarmi o di strapparmi la corazza, che fosse decisa a farlo in modo spietato, che non avesse nessun interesse per me come persona, o per la misura di umiliazione o degradazione che poteva infliggermi nel farlo. Io mi sono rifiutato ostinatamente di lasciarmi manipolare, controllare, o costringere a obbedire ciecamente sotto la costrizione di paura o minacce o punizioni, per quanto severe fossero. Anzi, sono giunto a mettere in discussione la validità di una società preoccupata più di imporre la propria volontà che di ispirare il rispetto. Mi sembrava che ci fosse qualcosa di grossolanamente errato in questo. “Ti faremo diventare buono!” mi hanno assicurato, e io mi sono detto che nessuno doveva, voleva o poteva farmi diventare niente. E l’ho dimostrato.

(Caryl Chessman)

Written by Ezio

7 Ottobre 2009 alle 17:05

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Hanno zero

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L’Amico Nico, che mi ruba il saluto sperando che glielo permetta;-) si domanda se la trasmissione annozero possa fare meglio e se debba continuare ad essere mandata in onda.
Ha acceso e stimolato un’idea che non avevo: quella di scriverci qualcosa. Invece di commentare sul suo blog, però, scrivo sul mio, così la prossima volta impara a chiedere prima, anziché limitarsi a sperare dopo!

Di annozero guardo abitualmente gli ultimi dieci minuti per vedere le vignette di Vauro, difficilmente il resto. Giovedì mio figlio ha preteso di guardare la Roma, e visto che si paga da sé solo l’abbonamento a mediaset premiun e che io nutro una certa idiosincrasia per la tv non ho battuto ciglio alla sua richiesta (anzi, a dirla tutta, anch’io ho guardato con lui la partita), però la diretta dell’ultima mezz’ora di annozero l’ho vista, spinto dalla curiosità di sapere se giovani esponenti del piddielle avessero partecipato come prelibatezza del banchetto.
Capperi, sono loro i comunisti, e mangiano di tutto. Vedere la giovane esponente piddiellina arringare – prima di friggere e mangiare – contro il povero sindaco di turno (che era sì paffutello, ma mica tanto giovane) vomitandogli addosso epiteti e veleni tanto da zittirlo non con gli argomenti ma con un fiume in piena di parole senza senso, fino a soffocarlo e lasciarlo senza respiro, mi ha lasciato… stupito. Così che mi sono chiesto: A quando la muta di costei? E se ogni muta, però, rappresentasse una rinascita? Per un attimo ho pensato che fosse il premier in persona, tornato frettolosamente in patria dopo aver trascorso un breve periodo dalle parti di Casablanca.
Peccato mancasse un prete, altrimenti l’avremmo visto in difficoltà nello scegliere se mettere il crocifisso davanti all’indemoniato Belpietro mentre ripeteva incessantemente: “Adesso come vive, chi glieli dà i soldi?” O alla sprovveduta (in quel caso) D’Addario dopo aver ammesso di essere una escort (ah, quanto me la sono sognata da giovane la Escort millesei turbo da centocinque cavalli…).
Insomma, se la D’Addario non sa come vivere può sempre chiedere una parte dei finanziamenti pubblici che arrivano alla carta stampata, mica se li possono pigliare solo i direttori.
Ma, soprattutto, non mi sfiora neanche lontanamente l’idea di chiedermi se annozero debba continuare ad andare in onda o meno, e se può migliorare o meno, anche perché alla fine non sono riuscito a capire se a prostituirsi più e meglio (nel senso dell’ammissione e della capacità, non della remunerazione) sia la D’Addario, il Santoro, il Belpietro o l’onnipresente Travaglio.
Ho come l’impressione, citando in qualche modo Cacucci, che questa sorta di “informazione-controinformazione” faccia salire alla visione dell’occhio e all’ascolto dell’orecchio l’idea che non esista la possibilità di guardare oltre l’ostacolo, nonché di immaginare cosa eventualmente ci sia, bensì ad affermare l’esistenza di un’unica società possibile, sì non perfetta ma in grado comunque di far fronte a tutti gli ineluttabili bisogni delle persone. Non sono assolutamente d’accordo col fatto che bisogna scegliere di volta in volta – in base a ciò che dice il politico nel teatrino televisivo o all’opinione del giornalista di turno – il meglio o il meno peggio per salvare il salvabile, perché evadere è impossibile. Forse sì, forse evadere è impossibile, ed è per questo che vale la pena di continuare a provarci.

Written by Ezio

6 Ottobre 2009 alle 17:19

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Gracias

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Written by Ezio

4 Ottobre 2009 alle 20:59

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