Gli assassini sono tra noi
Ho visto questo manifesto
per la prima volta, l’altro ieri, sul blog della Valent; oggi lo ritrovo sul blog di Franco, con un classico commento Venturesco sul blog di Riccardo, e con l’aggiunta di uno spunto su quello di Red.
Cose che non mi stupisco di leggere. Cose che si stupisce di leggere (forse) chi s’è turato il naso e l’ha votati.
Non dovrei commentare, di politica ci capisco una sega nulla e ancor meno della pubblicità progresso messa in moto dai partiti, però mi sembra di poter dire che si è passati dalla sovranità popolare alla dittatura della maggioranza, giungendo poi alla manipolazione del consenso per finire all’induzione al consenso.
Si vota (chi vota) quel che passa il convento, e il piatto pare essere unico e comunque l’unico “democratico”.
“Gli assassini sono tra noi” è un bel libro di Simon Wiesenthal, che lessi in età pre-masturbativa o già masturbativa (chi se la ricorda più la prima sega!) e credo che il verbo presente, nel titolo, sia da tenere a mente ben più di una profezia di Michel de Notre Dame.
Mascherate
La politica
La politica a’ dì nostri è una sfacciata,
importuna pettegola, sfrontata,
piena di cenci, lacera, briccona
e chiaccherona.
Ella va pei caffé, per le osterie;
gira di quà e di là tutte le vie,
s’introduce persin ne’ botteghini
dei ciabattini.
La guardan tutti ed ella ognun osserva
parla con la padrona e con la serva,
e va trovar persino accanto al fuoco
il tronfio cuoco.
Sentir bisogna poi come schiamazza
quando si mette a predicare in piazza
offrendo a tutti un buon medicinale
col suo giornale.
Quand’esce di città qualche mattina
attillata da vera contadina
in cerca di coglioni e di bricconi
per l’elezioni
Corre di quà e di là tutta sudante
strilla, barufa come una baccante
e quando le abbisogna un consigliere
paga da bere.
Oh! basta, basta così, perché mi pare
invece d’andar pian di galoppare,
e a dire il vero sono stanco assai
di certi guai.
Luigi Scarmagnan
Come Quando Fuori Piove
Cuori:
Ci sono quelli “diversi”, cui Baglioni ha dedicato una canzone, ma sono più portato ad immaginare i cuori come culi rovesciati, o i culi come cuori rovesciati, come nei disegni o come il professore milanese lascia intendere in una delle sue canzoni peggiori. Gli è che m’è toccato di sedermi su una panchina del Celio, ieri mattina, e di essere rimasto un paio d’ore a guardare un viavai di soldati in mimetica che continuamente mi passavano davanti: tutti rigorosamente uguali proprio come lo sono i soldatini dalla breve ferma. Solo dal “movimento” del cuore rovesciato ho potuto distinguere i maschi dalle femmine, che come percentuale siamo lì. Non saprei dire cosa resti di una donna “dentro” la divisa, so per esperienza vissuta che di un uomo non resta nulla. Magari restano due maschi, o due femmine, o un maschio e una femmina, chi lo sa.
Quadri:
Ci sono quelli di cui parla Sgarbi, da appendere al muro, anche se io, appesi, ci vedrei meglio lui e tanti altri. Ci sono quelli dei progetti, dei concorsi, i quadri elettrici, i quadri generali, insomma tutto quadra se i quadri quadrano e vanno bene, persino quelli scolastici. Non mi quadra, invece, il pur bel libro di Giulietto Chiesa: “Zero, perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso”. Non mi metto certo a fare le pulci alla ricerca e al lavoro che c’è dietro questo libro però… però non aggiunge nulla di nuovo a ciò che s’è sempre saputo: Cia, Isi, Al Qaeda; e poi la fisica e la termodinamica e il puttaniere alcolizzato Muhammad Atta; e poi ancora la crisi dei Balcani e in nuovo secolo Americano e l’oleodotto e l’eroina che si produce in Afghanistan; e poi ancora… e poi insomma… Insomma un quadro-riassunto più che completo di ciò che tutti sanno. Ecco, appunto, tutti sanno anche se credono ad altro, per il semplice fatto che l’incredulità popolare risulta essere più che sufficiente per mascherare i grandi imbrogli. Due frasi, però, mi sono rimaste impresse più delle altre: “Come è sempre accaduto nella storia dell’uomo, gli imperi cominciano a percepire la propria grandezza soltanto quando ne sentono il peso, cioè verso la loro fine. E il pericolo è che non vogliano prenderne atto e che cerchino di superare la crisi alzando la posta”. Alzando la posta? Come quando fuori piove: vince cuori, come sempre!
La seconda frase, di Lidia Ravera, introduce i fiori: “Nel buio intuivo ogni suo pensiero, ogni sua mossa, dovrebbe essere vietato per legge restare sposati per venticinque anni con lo stesso uomo, si diventa un corpo solo, mentre le teste diventano sempre più diverse. Donne e uomini si radicalizzano, ciascuno verso gli estremi difetti o pregi del proprio genere di appartenenza, con gli anni”. Voglio sperare che sia un semplice tentativo di chiaroveggenza e non un’oggettiva e assoluta verità: l’anno prossimo vi saprò dire.
Fiori:
In genere si portano ai morti e si regalano a mogli e/o amanti, comunque sempre di famigliari trattasi nella gran percentuale dei casi. Famiglie, già, alcove d’amore ma anche stanze ovattate di violenza psicologica e fisica. Ma tanto una famiglia ce l’abbiamo tutti. Sarà per il fatto che ieri sera mi sono accomodato sul divano per vedere “Onora il padre e la madre“, di Sidney Lumet, sarà per il fatto che risuonano ancora nelle orecchie le bestialità domenicali di maledetto sedicesimo e della campagna elettorale ma, cazzo, io ho sempre associato il concetto di famiglia al concetto di complicità, e la dissacrazione del concetto classico di famiglia oltre che ben rappresentato, nel film, mi appare anche e soprattutto ben evidenziato. La famiglia, sembra dire il film, è costituita dal patrimonio e da legami di sangue da recidere come e quando se ne ha voglia, nient’altro. E Lumet ce lo sbatte in faccia con tanta forza da sembrare un pugno, più di quanto abbia fatto Gaber col suo “Anche per oggi non si vola”. Sì, continuo a preferire la complicità, al di dentro e al di fuori del matrimonio.
Picche:
Picche??? Altro che picche! Piove, governo ladro!
Ora, di mettermi a parlare di politica non ne ho punta voglia. E poi oggi a Roma è piovuto. E pure ieri, che l’acquazzone improvviso l’ho beccato mentre tornavo a casa in moto, e con la strada bagnata si rischia ma ci si diverte pure, altroché se ci si diverte. E no cazzo, di parlare di politica non mi va ma non posso non chiedermi come faccia il Presidente dei Presidenti a chiedere di “dar voce alle vittime”. Ma come si fa a far parlare i morti, seduta spiritica? Sì caro Presidente, se Lei riesce a dar voce ai morti ammazzati (da ambo le parti, mi permetta di ricordarLe la par condicio) mi faccia un fischio “alla pecorara” del tipo di quelli che fa Trapattoni per chiamare dalla panchina i giocatori sul campo, ché io i morti li so contare e so anche da quale parte stavano ieri e in quale starebbero oggi. Ma sappia che se davvero riuscisse nell’intento di dar loro voce non sarebbe una risata a seppellirLa, solo tante, troppe grida in più.
El anarquista
Ritorno… al passato
Da Antonio (Nino) Malara:
“La democrazia è governo di maggioranza ed esercita la dittatura sotto il manto democratico contro la minoranza. Lo stato, di qualunque colore esso sia e in qualunque forma, è per sua natura tiranno. (…) Dico solamente che noi auspichiamo una società diversa nel domani da quella che è oggi. Cioè un sistema sociale dissimile dall’attuale.(…) Il popolo, i lavoratori, gli sfruttati, non vinceranno spiegando al vento i pugni più forti. I pugni si lasceranno guidare da altri pugni. I pugni più intelligenti e più furbi finiscono di dirigersi contro i pugni degli sfruttati. Una rivoluzione è una ricostruzione, basata su nuove forme di organizzazione e su nuovi pensieri.”
Ho appellativi divenuti odiosi, per cui ritorno… al passato!
Domenica
“Ho troppo alti natali per esser posseduto,
sottopormi all’altrui comando,
funger da famiglio docile e strumento
per qualsivoglia Stato al mondo!”
Una delle “penne” migliori che mi capita di leggere di tanto in tanto (fottuta anche da Liberazione) suggerisce (e qui…) di andare a votare e annullare la scheda, per far sì da “poterci” contare; un’altra suggerisce di votare Antonio votare Antonio e c’è anche chi, tra un conato e l’altro, dà indicazioni di voto perché il meno peggio è sempre meglio del “più peggio”. Dice che spiegherà in futuro, quando sarà in grado di capire l’azione…
A parte il fatto che nel momento in cui decido di crocifiggere un simbolo stampato su un pezzo di carta preferisco contarmi anziché contarci, certe parole me ne fanno venire in mente altre, scritte da Thoreau, in merito al fatto che il miglior governo è quello che governa meno. Certo, si potrebbe obiettare che per avere un tal governo abbisogna che sia assolutamente liberista: niente scuola pubblica, niente ferrovie, niente aeroporti, niente sanità, niente di niente insomma. Al tal governo che governa meno resterebbe l’esercito per controllare (e provare a spostare più in là) i confini e la polizia per massacrare i dissidenti. Un gran bel governo, direi. Epperò, procedendo per proprietà transitiva e procedendo ancora con Thoreau, si potrebbe aggiungere che, a questo punto, il miglior governo è quello che non governa affatto (tutto e sempre nell’indicativo presente).
Domenica, se il tempo sarà buono, percorrerò tra i duecentocinquanta e i trecento chilometri, comodamente seduto sulla sella della moto, danzando tra le curve e bruciando i rettilinei, in culo ai giocatori d’azzardo.
Ci stanno bene (anche) dei versi del poeta girovago Antonio Pasini, scritti nel 1884.
In fra l’Adige e il Po giace un’amena
pianura feracissima ubertosa,
dà scelto grano, frumentone, avena;
ed appartiene a gente danarosa,
ma le popolazioni tristi e grame,
squallide fan pellagra ed irta fame.
Pochi soldi ricevon per salario,
abitan luridi e squallidi casoni;
corre fra i poverel poco divario
dai neri abitator dell’Amazzoni,
e la storia lo nota in le sue annalia
sono il vero ludibrio dell’Italia.
Pure un quindici dì sol dell’anno,
nell’epoca che mietessi il frumento,
vivono si può dir con meno affanno
sebben gravati di fatica e stento,
sempre però, ma rara l’occasione,
umano abbia a mostrarsi un po’ il padrone.
Però tutto compreso una sol lira,
o poco più, ricavan di profitto;
ma latente nutriano nel petto l’ira,
in quest’anno impugnaro il lor diritto,
e tutti d’un pensiero e un sentimento
mieter non voller men del 30 al cento.
Il Prefetto un avviso diè paterno,
che pur troppo non fu molto ascoltato;
la fiumana montava ed il Governo
a riordinare il primitivo stato
d’armati mandò là una divisione
ed ottocento e più mise in prigione.
Così si scioglie la question sociale?
A me sembra di no…
Tra mitologia e scienza
Dal latte di Giunione (o Era?) al braccio di Orione in cui è immerso il sistema solare, tra mitologia e scienza un cielo stellato e terso è sempre uno spettacolo al quale cerco di non mancare.
Ad ogni popolo la sua storia antica: per i Mosetenes, abitanti dell’attuale Bolivia in epoca precolombiana (esistono ancora delle piccole comunità composte da pochi individui) quella striscia lattiginosa che attraversa il cielo alla nostra latitudine da nord-est a sud-ovest non sfuggì affatto alla vista, della loro “versione” sulla nascita di quel fiume di stelle ci racconta Eduardo Galeano.
“Il verme, non più grande di un dito mignolo, mangiava cuori di uccelli. Suo padre era il miglior cacciatore del popolo dei Mosetenes.
Il verme cresceva e ben presto raggiunse le dimensioni di un braccio. Ogni volta pretendeva più cuori. Il cacciatore passava tutto il giorno nella selva, uccidendo per il figlio.
Quando il serpente non riuscì più a entrare nella capanna, la selva si era svuotata di uccelli. Il padre, freccia infallibile, gli offrì cuori di giaguaro.
Il serpente divorava e cresceva. Non c’erano più giaguari nella selva.
“Voglio cuori umani” disse il serpente.
Il cacciatore sterminò la gente del suo villaggio e dei paesi vicini finché un giorno, in un lontano villaggio, lo sorpresero sul ramo di un albero e lo uccisero.
Incalzato dalla fame e dalla nostalgia, il serpente andò a cercarlo.
Si avvolse tutt’intorno al villaggio colpevole, in modo che nessuno potesse fuggire. Gli uomini lanciarono tutte le loro frecce contro quel gigantesco anello che li aveva assediati. Il serpente intanto non smetteva di crescere.
Nessuno si salvò. Il serpente recuperò il corpo di suo padre e prese a crescere verso l’alto.
E là si può vederlo che attraversa la notte, sinuoso, irto di frecce lucenti.”
Caridad
SIGNOR LA CARITÀ!
“Signor la carità! Io son digiuno,
son due dì che non mangio, ho molta fame.”
Non ti dò niente và brutto importuno
o ti farò arrestar canaglia infame.
“Qualche cosa mi dia, mio buon padrone,
son senza un soldo… esco di prigione…”
Un prigionier perdio? Guardie!… Gendarmi!…
Arrestate costui, vuol derubarmi.
(Luigi Scarmagnan)
Ci sarebbe da parlare, invece che di carità, della forza mediatica dirompente con cui il battesimo di un cristiano (Copto? Maronita? E cosa cazzo cambia?) dalla nascita abbatte le porte delle case e si accomoda a capotavola, e pretende il piatto migliore senza neanche pagare; oppure della commutazione della pena prevista per Mumia Abu Jamal, che non può chiedere la revisione del processo per cui gli tocca restare in galera, vivo e innocente per giunta. Ci sarebbe - vista la campagna elettorale - da stupirsi per tutte le nefandezze che si leggono nei vari blog di giornalisti o presunti tali, più o meno famosi, penne d’oca o Bic d’ultima generazione: dal “vota Antonio vota Antonio” al “turarsi il naso e votare PD, che poi appena capisco il perché ve lo spiego”. Da “la scheda bianca è una scheda persa” a “invece che astenersi è meglio andare e annullare la scheda con uno scarabocchio”.
Certo, dubbi atroci che non fanno dormire la notte; ma io coltivo da un po’ di tempo la pessima abitudine di addormentarmi con gli auricolari del lettore mp3 ben ficcati nelle orecchie, e che in random mi vada a pizzicare Fabrizio De André o Leòn Gieco poco importa: dubbi non ne ho.
Non c’è altro sistema, oltre la carità, che permetta di mantenere aperta la porta del paradiso da parte di chi la elargisce e di “mantenere” un posto in paradiso anche per chi la riceve. È una sorta di mercificazione, un mercato, uno scambio di falso vuoto in cui l’esercizio del dare mantiene stabili le classi di appartenenza. L’orrore,l’orrore, mi viene da aggiungere dopo che i preti hanno congiuntamente ricordato ai fedeli di non “fare” la carità fuori dalle chiese, ché dietro c’è una sorta di mafia. Peccato si sapesse da sempre che dietro la carità si nasconde un immondo mercato e il mantenimento dello status quo, il mantenimento di una differenza socio-economica e non biologica. Vorrà dire che da oggi il peso del metallo che abitualmente porto in tasca non riuscirà più a bucarmele, ’ste benedette tasche.
E pensare che giusto un anno fa mi sono ritrovato nelle mani quasi trecento euro non miei, né di mio figlio che li aveva ricevuti direttamente da chi la “colletta” l’aveva raccolta: “Io non li voglio!” “Neanch’io!” Morale: sono finiti nelle tasche dell’associazione del chirurgo leninista che di tanto in tanto ancora scrive per ringraziare; magari saranno serviti per ricostruire l’arto di qualche cucciolo d’uomo spappolato da una mina costruita grazie alla delega che si dà ogniqualvolta si entra nell’urna. In culo a voi, signori, se proprio mi obbligate me la costruisco da solo e la piazzo sotto (il culo, sempre il culo, sempre lui) chi dico io, che è da tempo che il giochino l’ho lasciato nelle mani lorde di sangue di chi ancora ama giocare.
Peccato non mi sia venuta in mente la santa albanese, per quei soldi, quella che accompagnava alla morte i redenti (solo i redenti) pregando per loro la maggior sofferenza possibile, con lo stesso sorriso smagliante con cui stringeva la mano ai peggiori vermi che gestiscono il potere grazie al voto, accettando anche le crasse donazioni in denaro frusciante bagnato col sangue di milioni di poveri cristi.
Caridad, siempre!
Anna (o Luisa o qualsiasi altro nome femminile) vive a un paio di km da dove vivo io; è rumena (quindi rom per proprietà transitiva, anche se rom non lo è affatto), sposata e con quattro figli. Vive in affitto in una stanza con bagno insieme a suo marito e ai suoi figli. Minuta, col sorriso sempre largo, due pozzanghere scure al posto degli occhi e un italiano da fare invidia agli itagliani; si mantiene facendo le pulizie un paio di volte la settimana al resto della villa dove vive la padrona di casa, mentre gli altri giorni aspetta immobile ad un semaforo che qualcuno “doni” qualche moneta. È una nullafacente, non pulisce neanche i vetri delle macchine. Suo marito svolge piccoli lavori di pulizia giardini e di muratura.
Succede, a volte, che quando fai la pendolare tutte le mattine incontri le stesse facce: un sorriso un giorno, una moneta un altro, un pizzicotto sulla guancia del bambino che porta sempre con sé un altro ancora. Poi raccatti tutto ciò che ritieni in disuso, che non ti serve più nonostante sia ancora in ottimo stato, ci riempi un sacco dell’immondizia e glielo porti, e lei lo prende e ringrazia pure. Sì, ringrazia dell’eccesso ridotto al ruolo di monnezza, per quanto buono possa essere.
Caridad, siempre!
Non uccide come uccide il lavoro, che quando non ammazza biologicamente ammazza le emozioni, la felicità, la voglia di condividere con gli altri, il desiderio in sé e il desiderio della conoscenza; non uccide come uccide lo stato canaglia più canaglia degli altri stati canaglia, con scientifica meticolosità e indiscriminata atrocità al contempo; non uccide come la fede, in silenzio, sotto-sotto, tanto da riuscire a cancellare le stragi compiute dalle pagine dei libri di storia.
Eppure la carità continua a uccidere tutti i giorni: la speranza di chi la riceve e la dignità di chi la elargisce.
La muerte es cultura
Non la conoscevo questa poesia di Augusto Monterroso musicata e cantata dal cantautore Colonbiano Lizardo Carvajal:
La oveja negra
En un lejano país
existió hace muchos años
una oveja negra que fue fusilada
Pero un siglo después
el rebaño arrepentido
le levantó una estatua ecuestre
(que quedó muy bien en el parque)
Así en lo sucesivo
cada vez aparecía una oveja negra
era rápidamente fusilada.
Para que las nuevas generaciones
de ovejas comunes y corrientes
pudieran ejercitarse también
en la escultura.
È una metafora che Carvajal prende in prestito per raccontare delle persone che hanno lottato per la libertà la democrazia e la giustizia sociale in Colombia e che sono state ovviamente assassinate, come abitualmente avviene in ogni altro angolo del mondo.
L’esercizio alla (s)cultura impone sacrifici: la morte è l’unica cultura.
La metafora mi ricorda un pensiero di Einstein in merito al fatto che, per far parte del gregge, abbisogna innanzitutto sentirsi pecora; e mi ricorda la recente passeggiata finita con l’immancabile abbraccio tra Álvaro Uribe e Rafael Correa.
Il video:
Confini
Avevo già scritto qualcosa qui (e mi cito) e qui (e mi ri-cito).

Mi viene da dire che - alla luce degli ultimi avvenimenti - sia sufficiente questa cartina per comprendere perché sia lo stato sia il popolo da esso rappresentato abbiano ormai superato il punto di non ritorno, tanto da essere destinati ad una lenta ma irreversibile agonia per fame a causa della distruzione indiscriminata dell’habitat della selvaggina di cui si nutrono, nonché della caccia indiscriminata.





