Dispositivi(2)
(…) “Tutto ciò che esiste, in un dispositivo, si vede ricondotto o alla norma o all’incidente. Fin quando il dispositivo tiene, nulla può accadere. L’evento, questo atto che custodisce presso di sé la propria potenza, non può venire che dal di fuori come ciò che polverizza quella stessa cosa che doveva scongiurarlo. Quando la musica rumorista esplose, SI disse: «questa non è musica». Quando il 68 fece irruzione, SI disse: «questa non è politica». Quando il 77 mette l’Italia con le spalle al muro, SI disse: «questo non è comunismo». Di fronte al vecchio Artaud, SI disse: «questa non è letteratura». Poi, quando l’evento non dura per molto tempo, SI dice: «veramente, è stato possibile, è una possibilità della musica, della politica, del comunismo, della letteratura». E infine, dopo un primo momento di vacillamento a causa dell’inesorabile lavoro della potenza, il dispositivo si riforma: SI include, disinnesca e riterritorializza l’evento, lo SI assegna ad una possibilità, ad una possibilità locale, quella del dispositivo letterario per esempio. I coglioni del CNRS, che maneggiano il verbo con una prudenza davvero gesuitica, concludono dolcemente: «Se il dispositivo organizza e rende possibile qualcosa, tuttavia non garantisce la sua attualizzazione. Fa semplicemente esistere uno spazio particolare nel quale questo “qualcosa” può prodursi».
Non SI sarebbe potuto essere più chiari.” (…)
(Tiqqun)






