In tutte le lingue del mondo
In tutte le lingue del mondo, o quasi:
Se Asegura
Que en este
Hospital
no se va a
denunciar
a nadie
Così sta scritto su fogli A4 appiccicati con lo scotch sui vetri del pronto soccorso dell’ospedale Grassi, ad Ostia. In spagnolo e in arabo, in polacco e in inglese e pure in portoghese e rumeno, senza farsi mancare l’italiano e altre lingue di cui non sono riuscito a stabilire la provenienza, insieme a cartelloni firmati dall’RSU in cui si avvisano i pazienti che sì, con la dovuta calma ci si prenderà cura di ognuno, per cui sarà meglio non diventare impazienti, ché i posti letto e il personale medico e paramedico sono uguali a meno della metà di quello che servirebbe per garantire assistenza a tutti. C’è da dire che pur non essendoci sbarre alle finestre gli ospedali somigliano in tutto e per tutto alle galere, con le loro gerarchie e i loro divieti ad uscire, con le loro divise e il loro terrorismo psicologico. Che non si denunci nessuno va specificato per tempo, viste le nuove leggi, ma se continuo finisco con lo sconfinare in un discorso politico, e non ne ho punta voglia. Qui c’è solo il mercato della carne, di tutte le carni del mondo, che hanno un valore enorme solo in dollari o euro, addotte alla guarigione di malattie indotte. Le quasi quattro ore passate nella sala d’aspetto, ad aspettare tra zanzare assatanate e coleotteri giganti notizie di una persona alla quale nonostante divergenze politiche e religiose non riesco a non voler bene, mi hanno permesso di pensare e ripensare a Pasteur, al riassunto delle sue ultime parole percepite da qualcuno mentre lo vegliava sul letto di morte: Non curate i virus, bensì l’alveo nel quale si riproducono.
Un’abiura? Chissà…
