Come Quando Fuori Piove
Cuori:
Ci sono quelli “diversi”, cui Baglioni ha dedicato una canzone, ma sono più portato ad immaginare i cuori come culi rovesciati, o i culi come cuori rovesciati, come nei disegni o come il professore milanese lascia intendere in una delle sue canzoni peggiori. Gli è che m’è toccato di sedermi su una panchina del Celio, ieri mattina, e di essere rimasto un paio d’ore a guardare un viavai di soldati in mimetica che continuamente mi passavano davanti: tutti rigorosamente uguali proprio come lo sono i soldatini dalla breve ferma. Solo dal “movimento” del cuore rovesciato ho potuto distinguere i maschi dalle femmine, che come percentuale siamo lì. Non saprei dire cosa resti di una donna “dentro” la divisa, so per esperienza vissuta che di un uomo non resta nulla. Magari restano due maschi, o due femmine, o un maschio e una femmina, chi lo sa.
Quadri:
Ci sono quelli di cui parla Sgarbi, da appendere al muro, anche se io, appesi, ci vedrei meglio lui e tanti altri. Ci sono quelli dei progetti, dei concorsi, i quadri elettrici, i quadri generali, insomma tutto quadra se i quadri quadrano e vanno bene, persino quelli scolastici. Non mi quadra, invece, il pur bel libro di Giulietto Chiesa: “Zero, perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso”. Non mi metto certo a fare le pulci alla ricerca e al lavoro che c’è dietro questo libro però… però non aggiunge nulla di nuovo a ciò che s’è sempre saputo: Cia, Isi, Al Qaeda; e poi la fisica e la termodinamica e il puttaniere alcolizzato Muhammad Atta; e poi ancora la crisi dei Balcani e in nuovo secolo Americano e l’oleodotto e l’eroina che si produce in Afghanistan; e poi ancora… e poi insomma… Insomma un quadro-riassunto più che completo di ciò che tutti sanno. Ecco, appunto, tutti sanno anche se credono ad altro, per il semplice fatto che l’incredulità popolare risulta essere più che sufficiente per mascherare i grandi imbrogli. Due frasi, però, mi sono rimaste impresse più delle altre: “Come è sempre accaduto nella storia dell’uomo, gli imperi cominciano a percepire la propria grandezza soltanto quando ne sentono il peso, cioè verso la loro fine. E il pericolo è che non vogliano prenderne atto e che cerchino di superare la crisi alzando la posta”. Alzando la posta? Come quando fuori piove: vince cuori, come sempre!
La seconda frase, di Lidia Ravera, introduce i fiori: “Nel buio intuivo ogni suo pensiero, ogni sua mossa, dovrebbe essere vietato per legge restare sposati per venticinque anni con lo stesso uomo, si diventa un corpo solo, mentre le teste diventano sempre più diverse. Donne e uomini si radicalizzano, ciascuno verso gli estremi difetti o pregi del proprio genere di appartenenza, con gli anni”. Voglio sperare che sia un semplice tentativo di chiaroveggenza e non un’oggettiva e assoluta verità: l’anno prossimo vi saprò dire.
Fiori:
In genere si portano ai morti e si regalano a mogli e/o amanti, comunque sempre di famigliari trattasi nella gran percentuale dei casi. Famiglie, già, alcove d’amore ma anche stanze ovattate di violenza psicologica e fisica. Ma tanto una famiglia ce l’abbiamo tutti. Sarà per il fatto che ieri sera mi sono accomodato sul divano per vedere “Onora il padre e la madre“, di Sidney Lumet, sarà per il fatto che risuonano ancora nelle orecchie le bestialità domenicali di maledetto sedicesimo e della campagna elettorale ma, cazzo, io ho sempre associato il concetto di famiglia al concetto di complicità, e la dissacrazione del concetto classico di famiglia oltre che ben rappresentato, nel film, mi appare anche e soprattutto ben evidenziato. La famiglia, sembra dire il film, è costituita dal patrimonio e da legami di sangue da recidere come e quando se ne ha voglia, nient’altro. E Lumet ce lo sbatte in faccia con tanta forza da sembrare un pugno, più di quanto abbia fatto Gaber col suo “Anche per oggi non si vola”. Sì, continuo a preferire la complicità, al di dentro e al di fuori del matrimonio.
Picche:
Picche??? Altro che picche! Piove, governo ladro!
Ora, di mettermi a parlare di politica non ne ho punta voglia. E poi oggi a Roma è piovuto. E pure ieri, che l’acquazzone improvviso l’ho beccato mentre tornavo a casa in moto, e con la strada bagnata si rischia ma ci si diverte pure, altroché se ci si diverte. E no cazzo, di parlare di politica non mi va ma non posso non chiedermi come faccia il Presidente dei Presidenti a chiedere di “dar voce alle vittime”. Ma come si fa a far parlare i morti, seduta spiritica? Sì caro Presidente, se Lei riesce a dar voce ai morti ammazzati (da ambo le parti, mi permetta di ricordarLe la par condicio) mi faccia un fischio “alla pecorara” del tipo di quelli che fa Trapattoni per chiamare dalla panchina i giocatori sul campo, ché io i morti li so contare e so anche da quale parte stavano ieri e in quale starebbero oggi. Ma sappia che se davvero riuscisse nell’intento di dar loro voce non sarebbe una risata a seppellirLa, solo tante, troppe grida in più.
