El anarquista

“Quello che stiamo vivendo è l’ultimo atto di una storia maledetta iniziata circa cinquant’anni fa. È la storia della mia generazione. Quella che nessuno ti racconterà mai per intero. Quella che nessuno vuole ascoltare. Quella che neanche io sono pronto a scrivere…”

Ciao Sbancor

Pubblicato in: on 30 Aprile 2008 at 20:33 Commenti (2)

Ritorno… al passato

Da Antonio (Nino) Malara:

“La democrazia è governo di maggioranza ed esercita la dittatura sotto il manto democratico contro la minoranza. Lo stato, di qualunque colore esso sia e in qualunque forma, è per sua natura tiranno. (…) Dico solamente che noi auspichiamo una società diversa nel domani da quella che è oggi. Cioè un sistema sociale dissimile dall’attuale.(…) Il popolo, i lavoratori, gli sfruttati, non vinceranno spiegando al vento i pugni più forti. I pugni si lasceranno guidare da altri pugni. I pugni più intelligenti e più furbi finiscono di dirigersi contro i pugni degli sfruttati. Una rivoluzione è una ricostruzione, basata su nuove forme di organizzazione e su nuovi pensieri.”

Ho appellativi divenuti odiosi, per cui ritorno… al passato!

Pubblicato in: on 14 Aprile 2008 at 23:00 Commenti (0)

Domenica

“Ho troppo alti natali per esser posseduto,
sottopormi all’altrui comando,
funger da famiglio docile e strumento
per qualsivoglia Stato al mondo!”

Una delle “penne” migliori che mi capita di leggere di tanto in tanto (fottuta anche da Liberazione) suggerisce (e qui…) di andare a votare e annullare la scheda, per far sì da “poterci” contare; un’altra suggerisce di votare Antonio votare Antonio e c’è anche chi, tra un conato e l’altro, dà indicazioni di voto perché il meno peggio è sempre meglio del “più peggio”. Dice che spiegherà in futuro, quando sarà in grado di capire l’azione…

A parte il fatto che nel momento in cui decido di crocifiggere un simbolo stampato su un pezzo di carta preferisco contarmi anziché contarci, certe parole me ne fanno venire in mente altre, scritte da Thoreau, in merito al fatto che il miglior governo è quello che governa meno. Certo, si potrebbe obiettare che per avere un tal governo abbisogna che sia assolutamente liberista: niente scuola pubblica, niente ferrovie, niente aeroporti, niente sanità, niente di niente insomma. Al tal governo che governa meno resterebbe l’esercito per controllare (e provare a spostare più in là) i confini e la polizia per massacrare i dissidenti. Un gran bel governo, direi. Epperò, procedendo per proprietà transitiva e procedendo ancora con Thoreau, si potrebbe aggiungere che, a questo punto, il miglior governo è quello che non governa affatto (tutto e sempre nell’indicativo presente).

Domenica, se il tempo sarà buono, percorrerò tra i duecentocinquanta e i trecento chilometri, comodamente seduto sulla sella della moto, danzando tra le curve e bruciando i rettilinei, in culo ai giocatori d’azzardo.

Ci stanno bene (anche) dei versi del poeta girovago Antonio Pasini, scritti nel 1884.

In fra l’Adige e il Po giace un’amena
pianura feracissima ubertosa,
dà scelto grano, frumentone, avena;
ed appartiene a gente danarosa,
ma le popolazioni tristi e grame,
squallide fan pellagra ed irta fame.

Pochi soldi ricevon per salario,
abitan luridi e squallidi casoni;
corre fra i poverel poco divario
dai neri abitator dell’Amazzoni,
e la storia lo nota in le sue annalia
sono il vero ludibrio dell’Italia.

Pure un quindici dì sol dell’anno,
nell’epoca che mietessi il frumento,
vivono si può dir con meno affanno
sebben gravati di fatica e stento,
sempre però, ma rara l’occasione,
umano abbia a mostrarsi un po’ il padrone.

Però tutto compreso una sol lira,
o poco più, ricavan di profitto;
ma latente nutriano nel petto l’ira,
in quest’anno impugnaro il lor diritto,
e tutti d’un pensiero e un sentimento
mieter non voller men del 30 al cento.

Il Prefetto un avviso diè paterno,
che pur troppo non fu molto ascoltato;
la fiumana montava ed il Governo
a riordinare il primitivo stato
d’armati mandò là una divisione
ed ottocento e più mise in prigione.

Così si scioglie la question sociale?
A me sembra di no…

Pubblicato in: on 8 Aprile 2008 at 22:38 Commenti (0)

Tra mitologia e scienza

via-lattea-nel-sagittario.jpg

Dal latte di Giunione (o Era?) al braccio di Orione in cui è immerso il sistema solare, tra mitologia e scienza un cielo stellato e terso è sempre uno spettacolo al quale cerco di non mancare.

Ad ogni popolo la sua storia antica: per i Mosetenes, abitanti dell’attuale Bolivia in epoca precolombiana (esistono ancora delle piccole comunità composte da pochi individui) quella striscia lattiginosa che attraversa il cielo alla nostra latitudine da nord-est a sud-ovest non sfuggì affatto alla vista, della loro “versione” sulla nascita di quel fiume di stelle ci racconta Eduardo Galeano.

“Il verme, non più grande di un dito mignolo, mangiava cuori di uccelli. Suo padre era il miglior cacciatore del popolo dei Mosetenes.
Il verme cresceva e ben presto raggiunse le dimensioni di un braccio. Ogni volta pretendeva più cuori. Il cacciatore passava tutto il giorno nella selva, uccidendo per il figlio.
Quando il serpente non riuscì più a entrare nella capanna, la selva si era svuotata di uccelli. Il padre, freccia infallibile, gli offrì cuori di giaguaro.
Il serpente divorava e cresceva. Non c’erano più giaguari nella selva.
“Voglio cuori umani” disse il serpente.
Il cacciatore sterminò la gente del suo villaggio e dei paesi vicini finché un giorno, in un lontano villaggio, lo sorpresero sul ramo di un albero e lo uccisero.
Incalzato dalla fame e dalla nostalgia, il serpente andò a cercarlo.
Si avvolse tutt’intorno al villaggio colpevole, in modo che nessuno potesse fuggire. Gli uomini lanciarono tutte le loro frecce contro quel gigantesco anello che li aveva assediati. Il serpente intanto non smetteva di crescere.
Nessuno si salvò. Il serpente recuperò il corpo di suo padre e prese a crescere verso l’alto.
E là si può vederlo che attraversa la notte, sinuoso, irto di frecce lucenti.”

Pubblicato in: on 28 Marzo 2008 at 22:22 Commenti (0)

Caridad

SIGNOR LA CARITÀ!

“Signor la carità! Io son digiuno,
son due dì che non mangio, ho molta fame.”

Non ti dò niente và brutto importuno
o ti farò arrestar canaglia infame.

“Qualche cosa mi dia, mio buon padrone,
son senza un soldo… esco di prigione…”

Un prigionier perdio? Guardie!… Gendarmi!…
Arrestate costui, vuol derubarmi.

(Luigi Scarmagnan)

Ci sarebbe da parlare, invece che di carità, della forza mediatica dirompente con cui il battesimo di un cristiano (Copto? Maronita? E cosa cazzo cambia?) dalla nascita abbatte le porte delle case e si accomoda a capotavola, e pretende il piatto migliore senza neanche pagare; oppure della commutazione della pena prevista per Mumia Abu Jamal, che non può chiedere la revisione del processo per cui gli tocca restare in galera, vivo e innocente per giunta. Ci sarebbe - vista la campagna elettorale - da stupirsi per tutte le nefandezze che si leggono nei vari blog di giornalisti o presunti tali, più o meno famosi, penne d’oca o Bic d’ultima generazione: dal “vota Antonio vota Antonio” al “turarsi il naso e votare PD, che poi appena capisco il perché ve lo spiego”. Da “la scheda bianca è una scheda persa” a “invece che astenersi è meglio andare e annullare la scheda con uno scarabocchio”.
Certo, dubbi atroci che non fanno dormire la notte; ma io coltivo da un po’ di tempo la pessima abitudine di addormentarmi con gli auricolari del lettore mp3 ben ficcati nelle orecchie, e che in random mi vada a pizzicare Fabrizio De André o Leòn Gieco poco importa: dubbi non ne ho.

Non c’è altro sistema, oltre la carità, che permetta di mantenere aperta la porta del paradiso da parte di chi la elargisce e di “mantenere” un posto in paradiso anche per chi la riceve. È una sorta di mercificazione, un mercato, uno scambio di falso vuoto in cui l’esercizio del dare mantiene stabili le classi di appartenenza. L’orrore,l’orrore, mi viene da aggiungere dopo che i preti hanno congiuntamente ricordato ai fedeli di non “fare” la carità fuori dalle chiese, ché dietro c’è una sorta di mafia. Peccato si sapesse da sempre che dietro la carità si nasconde un immondo mercato e il mantenimento dello status quo, il mantenimento di una differenza socio-economica e non biologica. Vorrà dire che da oggi il peso del metallo che abitualmente porto in tasca non riuscirà più a bucarmele, ’ste benedette tasche.
E pensare che giusto un anno fa mi sono ritrovato nelle mani quasi trecento euro non miei, né di mio figlio che li aveva ricevuti direttamente da chi la “colletta” l’aveva raccolta: “Io non li voglio!” “Neanch’io!” Morale: sono finiti nelle tasche dell’associazione del chirurgo leninista che di tanto in tanto ancora scrive per ringraziare; magari saranno serviti per ricostruire l’arto di qualche cucciolo d’uomo spappolato da una mina costruita grazie alla delega che si dà ogniqualvolta si entra nell’urna. In culo a voi, signori, se proprio mi obbligate me la costruisco da solo e la piazzo sotto (il culo, sempre il culo, sempre lui) chi dico io, che è da tempo che il giochino l’ho lasciato nelle mani lorde di sangue di chi ancora ama giocare.
Peccato non mi sia venuta in mente la santa albanese, per quei soldi, quella che accompagnava alla morte i redenti (solo i redenti) pregando per loro la maggior sofferenza possibile, con lo stesso sorriso smagliante con cui stringeva la mano ai peggiori vermi che gestiscono il potere grazie al voto, accettando anche le crasse donazioni in denaro frusciante bagnato col sangue di milioni di poveri cristi.

Caridad, siempre!

Anna (o Luisa o qualsiasi altro nome femminile) vive a un paio di km da dove vivo io; è rumena (quindi rom per proprietà transitiva, anche se rom non lo è affatto), sposata e con quattro figli. Vive in affitto in una stanza con bagno insieme a suo marito e ai suoi figli. Minuta, col sorriso sempre largo, due pozzanghere scure al posto degli occhi e un italiano da fare invidia agli itagliani; si mantiene facendo le pulizie un paio di volte la settimana al resto della villa dove vive la padrona di casa, mentre gli altri giorni aspetta immobile ad un semaforo che qualcuno “doni” qualche moneta. È una nullafacente, non pulisce neanche i vetri delle macchine. Suo marito svolge piccoli lavori di pulizia giardini e di muratura.
Succede, a volte, che quando fai la pendolare tutte le mattine incontri le stesse facce: un sorriso un giorno, una moneta un altro, un pizzicotto sulla guancia del bambino che porta sempre con sé un altro ancora. Poi raccatti tutto ciò che ritieni in disuso, che non ti serve più nonostante sia ancora in ottimo stato, ci riempi un sacco dell’immondizia e glielo porti, e lei lo prende e ringrazia pure. Sì, ringrazia dell’eccesso ridotto al ruolo di monnezza, per quanto buono possa essere.

Caridad, siempre!

Non uccide come uccide il lavoro, che quando non ammazza biologicamente ammazza le emozioni, la felicità, la voglia di condividere con gli altri, il desiderio in sé e il desiderio della conoscenza; non uccide come uccide lo stato canaglia più canaglia degli altri stati canaglia, con scientifica meticolosità e indiscriminata atrocità al contempo; non uccide come la fede, in silenzio, sotto-sotto, tanto da riuscire a cancellare le stragi compiute dalle pagine dei libri di storia.
Eppure la carità continua a uccidere tutti i giorni: la speranza di chi la riceve e la dignità di chi la elargisce.

Pubblicato in: on 27 Marzo 2008 at 23:19 Commenti (0)

La muerte es cultura

Non la conoscevo questa poesia di Augusto Monterroso musicata e cantata dal cantautore Colonbiano Lizardo Carvajal:

La oveja negra

En un lejano país
existió hace muchos años
una oveja negra que fue fusilada

Pero un siglo después
el rebaño arrepentido
le levantó una estatua ecuestre
(que quedó muy bien en el parque)

Así en lo sucesivo
cada vez aparecía una oveja negra
era rápidamente fusilada.

Para que las nuevas generaciones
de ovejas comunes y corrientes
pudieran ejercitarse también
en la escultura.

È una metafora che Carvajal prende in prestito per raccontare delle persone che hanno lottato per la libertà la democrazia e la giustizia sociale in Colombia e che sono state ovviamente assassinate, come abitualmente avviene in ogni altro angolo del mondo.
L’esercizio alla (s)cultura impone sacrifici: la morte è l’unica cultura.
La metafora mi ricorda un pensiero di Einstein in merito al fatto che, per far parte del gregge, abbisogna innanzitutto sentirsi pecora; e mi ricorda la recente passeggiata finita con l’immancabile abbraccio tra Álvaro Uribe e Rafael Correa.

Il video:

Pubblicato in: on 15 Marzo 2008 at 11:59 Commenti (0)

Confini

Avevo già scritto qualcosa qui (e mi cito) e qui (e mi ri-cito).

k3.jpg
Mi viene da dire che - alla luce degli ultimi avvenimenti - sia sufficiente questa cartina per comprendere perché sia lo stato sia il popolo da esso rappresentato abbiano ormai superato il punto di non ritorno, tanto da essere destinati ad una lenta ma irreversibile agonia per fame a causa della distruzione indiscriminata dell’habitat della selvaggina di cui si nutrono, nonché della caccia indiscriminata.

Pubblicato in: on 3 Marzo 2008 at 00:03 Commenti (0)

L’angelo, la bicicletta, la formica.

Forse dovrei cominciare a scrivere della mattinata che ho vissuto grazie ad un sms arrivatomi ieri (e sì che avevo programmato una mattinata completamente diversa, ma tant’è…ora credo di aver perso un pomeriggio e una serata completamente diversi…) ma difficilmente riesco a trovare le parole in grado di raccontare il mio stato d’animo. E poi, non riuscendo a raccontare di me, mi risulta ancor più difficile raccontare di un racconto ascoltato. Un po’ per pudore, un po’ per la stima e il rispetto che provo verso la persona minuta che mi è capitato di conoscere, abbracciare fino a stringere forte, ascoltare. E Tutto in poche ore.
Prendo così spunto da ciò che ho sentito, tornando con la memoria ai caduti di qua, da qualunque parte del mondo, grazie anche ad un cantautore che sto scoprendo lentamente e in ritardo, giorno dopo giorno.
Ché la musica, si sa, è sempre bene accetta; anzi - spesso - è indispensabile.

“Claudio “Pocho” Lepratti fu asasinado por la policia de Santa Fe el 19 de diciembre del 2001, en la ciudad de Rosario. “Pocho “desarrollaba un trabajo de hormiga, ripartiendo esperanza, amor fraternal, y espiritu de lucha entre los menos favorecidos de esta sociedad. Fue esto lo que buscaron matar su asesinos. Hoy las paredes de la ciudad proclaman “Pocho vive” mientras su recuerdo se expande y su ejemplo se multiplica.”

Claudio Lepratti era uno come tanti: ex seminarista, sindacalista e impiegato in una mensa pubblica per bambini nella periferia di una Rosario travolta - come tutte le città Argentine - dalla crisi economica del 2001. Amava muoversi in bicicletta (forse era l’unico mezzo di locomozione che poteva permettersi) e dividere lo stipendio coi poveri di Ludena, tanto da essere definito ingenuo. Era la persona “giusta e con la faccia giusta” per finire ammazzata dalla polizia con due colpi al collo, in un contesto sociale politico ed economico da potersi definire blindato reazionario e poliziesco; in un contesto in cui gli assalti ai camion di bestiame erano all’ordine del giorno, con la macellazione immediata delle bestie e la fuga al primo rumore di sirena. Coi conti correnti bloccati e migliaia di persone sull’orlo del baratro economico: si assaltavano le vacche, non i bancomat; si rubava nei supermercati, non nelle banche.
Nessuna ideologia nelle mani e troppo amore per la vita propria e per quella degli altri. Da sbattere in faccia, sempre. Fin troppo amore e poco - troppo poco - odio.

“Non sparate, figli di puttana, che ci sono bambini che stanno mangiando!”

Da Vincenzo Lobaccaro a Giovanni Grasso passando per tutte le altre decine e decine di persone ammazzate, defenestrate, torturate, smembrate dalle bombe di stato, per sbaglio o per scelta, qui e/o altrove. Troppo spesso a causa di colpi partiti “accidentalmente” o deviati da reti o sassi volanti. Vittime - tutte - di una sindrome di dominazione perpetrata con le mani giunte a stringere forte il rosario prima e il ferro poi; e le braccia distese…

Il testo di “El ángel de la bicicleta”

Cambiamos ojos por cielo
Sus palabras tan dulces, tan claras
Cambiamos por truenos
Sacamos cuerpo, pusimos alas
Y ahora vemos una bicicleta alada, que viaja
Por las esquinas del barrio, por calles
Por las paredes de baño y cárceles
Bajen las armas!! Que aquí solo hay pibes comiendo.

Cambiamos fe por lágrimas
Con qué libro se educó esta bestia
Con saña y sin alma
Dejamos ir a un ángel
Y nos queda esta mierda
Que nos mata sin importarle de donde venimos
Que hacemos, qué pensamos
Si somos obreros, curas o médicos
Bajen las armas!! Que aquí solo hay pibes comiendo.

Cambiamos buenas por malas
Y al ángel de la bicicleta lo hicimos de lata
Felicidad por llanto
Ni la vida ni la muerte se rinden
Con cunas y cruces
Voy a cubrir tu lucha más que con flores
Voy a cuidar tu bondad más que con plegarias
Bajen las armas! Que aquí solo hay pibes comiendo.

Cambiamos ojos por cielo
Sus palabras tan dulces, tan claras
Cambiamos por truenos
Sacamos cuerpo, pusimos alas
Y ahora vemos una bicicleta alada, que viaja
Por las esquinas del barrio, por calles
Por las paredes de baño, y cárceles
Bajen las armas!! Que aquí solo hay pibes comiendo

Música: Luis Gurevich / Letra: León Gieco

Il video:

Pubblicato in: on 1 Marzo 2008 at 22:30 Commenti (0)

Incontri

Da un po’ di tempo possiedo questo giocattolo.

fazer.jpg

Non mi metto a “menarla” - a quei pochi che leggono - con la storia del senso di libertà che la moto suscita, né mi interessa trattare tutti i “modelli” che il motociclismo amatoriale in un certo senso impone; dico solo che c’è una grossa differenza tra l’accendere un motore per andare a fare una commissione e l’accenderlo per un giro di piacere. È merce e tale rimane, la moto, va solo trattata con particolare cura e particolare cautela, come quando si cerca di addomesticare una tigre: movimenti lenti, calma, giudizio, altrimenti ti arriva una zampata che ti taglia la faccia e ti apre il petto. Rischi, ma nel rischio provi soddisfazione e piacere.
Ma non è di moto che intendo parlare, o almeno non solo.
Dopo un centinaio di km, questa mattina, mi sono fermato a fumare una sigaretta nel solito borgo di Pratica di mare: mi fermo lì perché al ritorno posso percorrere una strada lunga circa quattro chilometri, composta da una serie di curve strette e di curve ampie, di saliscendi continui e di asfalto perfettamente liscio e pulito; nonché perché trovo splendido e rilassante il posto.
Passo sotto l’arco e parcheggio, spengo, mi tolgo guanti e casco, sfilo dalle spalle lo zaino che mi porto sempre dietro e tiro fuori un pacchetto di Gitanes; ne accendo una sedendomi subito dopo su un basso muretto.
Vicino a me, ad una decina di metri, noto un vecchietto in piedi: mi guarda restando immobile; anch’io lo guardo, continuando a tirare boccate.
Mi guardo intorno: il bar, il ristorante, la chiesa (che non manca mai), il giardino centrale con un paio d’alberi spogli e sopra di essi una trentina di corvi gracchianti, ora posati ora volando in cerchio; i pochi appartamenti con dentro persone disposte ad un sorriso per ogni avventore del luogo. Nella testa suona Leòn Gieco, come da un po’ di tempo a questa parte.
Finita la sigaretta rimetto a posto lo zaino, indosso il casco con la visiera aperta legandolo ben stretto e mi infilo i guanti, salgo, metto in moto, “appunto” i piedi per terra per spostare la moto indietro, premo il pedale del cambio e dopo il classico “clack” vedo lui che si avvicina, allarga un sorriso mettendo in mostra i suoi quattro denti rimasti e mi dice: “Buongiorno.” “Buongiorno”, gli rispondo da sotto il casco; e non sapendo cos’altro cazzo aggiungere mi lascio scappare: “È un bel posto questo.”
“Sì, è un bel posto! Qui ci sono nato!”
“Beh, anch’io! Al di là della strada, a non più di tre-quattrocento metri da qui.”
“Davvero!?!?”
“Sì, mio padre lavorava in un podere proprio al di là della strada, fin dai primi anni cinquanta, e tra Torvajanica e Pomezia ci abitano ancora alcuni parenti.”
“Come ti chiami?” Mi chiede spostando lentamente lo sguardo dai miei occhi alla moto.
“Un attimo.” Tiro giù il cavalletto laterale, spengo la moto, sfilo i guanti, mi tolgo il casco e gli dico il cognome.
“Ma no?!?!? Ma davvero?!?!? Io li conosco i tuoi parenti! E anche se non lo ricordo avrò sicuramente conosciuto tuo padre.”
E comincia a raccontarmi di storie antiche, delle feste all’interno del borgo con lui che preparava l’albero della cuccagna, proprio al centro della strada, proprio lì dove ho fermato la moto che le poche macchine entranti sono costrette a schivare lentamente: “Lo conosci, no?” “Eccerto!” Dei riti di matrimoni e comunioni che ancora oggi “si fanno qui perché il posto è bello e tranquillo e si mangia bene, e se non fosse per il rumore dell’aeroporto militare si starebbe anche meglio”. Mi parla per una mezzora di partite a carte con cognomi di cui - secondo lui - dovrei avere ricordo e cognizione; di matrimoni spettacolari e feste di piazza. Mi parla di amore per la vita.
Mi parla di vita, insomma, non della storia di una Pomezia voluta fortemente dal fascismo per creare una sorta di antiuomo, una simbiosi tra terra e contadino dove il concetto di ruralità acquisisce forma e dimensione antioperaia e antiurbana.
Oggi Pomezia è una media cittadina industriale, e probabilmente, quando quest’uomo morirà, con lui scomparirà anche un’intera enciclopedia orale del luogo.
Prima di andarmene, dopo circa una mezzora di ascolto, si è anche raccomandato: “Vai piano che questa moto è grossa!” Grossa ha detto, non veloce. Ho avuto quasi la sensazione di essere capitato per caso dentro un teatro, dove ero spettatore e attore al contempo.
“Ci può scommettere”, ha ricevuto in risposta. E chissà se ha pensato a cosa volessi dire: “Sì, andrò piano!” Oppure: “Sì, è grossa!”
Ho percorso i pochi chilometri di curve e saliscendi di via di Pratica di mare in terza, con una sola mano, a non più di trenta chilometri l’ora, beccandomi pure un paio di “strombazzate” dalle macchine che mi seguivano e non potevano sorpassarmi. E a non più di cinquanta il lunghissimo rettilineo di via Arno-viale Po che porta sul lungomare, sorpassato pure da un paio di cinquantini, con nella testa l’idea che i soldi spesi per la benzina fossero stati ben ripagati, e con la musica e la voce di Leòn Gieco che martellava e ripeteva continuamente:

“La cultura es la sonrisa que brilla en todos lados
en un libro, en un niño, en un cine o en un teatro
solo tengo que invitarla para que venga a cantar un rato
Ay, ay, ay, que se va la vida
mas la cultura se queda aquí.”

Sono tornato con la testa sulla strada solo sul lungomare che porta ad Ostia, c’era poco traffico e lì un paio di zampate le ho viste partire, con le unghie a pochi centimetri dalla faccia. Le tigri, si sa, si incazzano quando meno te lo aspetti; e bisogna stare sempre all’erta, e avere i riflessi pronti…

Pubblicato in: on 26 Febbraio 2008 at 00:25 Commenti (0)

Anna(?)

Questa sera una delle tante “Anne” vedrà un gruppo di carabinieri banchettare col suo feto, magari accompagnati nell’orrendo convivio da qualche testimone della CEI o da sua Santità in persona (ché, si sa…) davanti ad una tavola imbandita con tovaglia di seta e coppe d’oro e fiaschi di buon Chianti.
Quattrocentosessantagrammi di tenere membra da succhiare e tenere ossa da spolpare lentamente e niente da dividere coi cani, ché dei cani - si sa - ne hanno paura perché risultano essere troppo intelligenti per loro.
Non ho suggerimenti né consigli da dare se non la speranza che “Anna” sappia prendere il cuore (anzi, i cuori) in mano e stringerli forte, quelli di chi ha osato irrompere per violare la sua intimità.

Certi momenti

Anna che hai scavalcato le montagne e hai preso a pugni le tue tradizioni
lo so che non è facile il tuo giorno ma il tuo pensiero è fatto di ragioni
i padri han biasimato la tua azione
la chiesa ti ha bollato d’eresia
il cambiamento impone la reazione
e adesso sei il nemico e così sia
Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica non credo al perdono
Adesso quando i medici di turno rifiuteranno di esserti d’aiuto
perché venne un polacco (o un tedesco) ad insegnargli
che è più cristiano imporsi col rifiuto
pretenderanno che tu torni indietro
e ti costringeranno a partorire
per poi chiamarlo figlio della colpa
e tu una Maddalena da pentire
Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica non credo al perdono
Volevo dedicarti quattro righe per quanto può valere una canzone
credo che tu abbia fatto qualche cosa anche se questa è solo un’opinione
che lascerà il tuo segno nella vita e i poveri bigotti reazionari
dovranno fare senza peccatrici saranno senza scopi umanitari
Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica non credo al perdono
Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica non credo al perdono

Pierangelo Bertoli

Pubblicato in: on 12 Febbraio 2008 at 22:47 Commenti (0)