È tempo
Quiero decir y no digo
y estoy sin decir diciendo
quiero y no quiero querer
y estoy sin querer queriendo.
Tengo un dolor no sé dónde,
nacido de no sé qué
sanaré yo no sé cuándo
si me cura quien yo sé.
Cada vez que me miras
y yo te miro,
con los ojos te digo
lo que no digo
como no te hallo
te miro y callo.
(Canzone popolare spagnola di chi ama il silenzio)
Sì, è tempo di andare laggiù: 19° 59′ 17,27″ Sud e 57° 37′ 57,4″ Est (19 59 17,27 S/57 37 57,4 E).
Non per vedere l’ambiguità di Orione né per cercare nuovi sogni sotto altri cieli, ma per toccarne con mano qualcuno antico e vedere un sole più alto e splendente.
Ché da lì, veniamo.
Senza titolo
Non so, francamente, se abbia pensato fino all’ultimo istante che il mondo sia una splendida dimora da condividere, dal sangue alla miseria passando pure per l’opulenza più irriguardosa. So che in quella fredda mattina di lunedì molte persone si sono svegliate e hanno trovato i loro sogni stravolti, a gambe all’aria.
Io ero tra quelli, e non capivo, ma che avrei sognato ancora lo scoprii in seguito.
Nascosti in qualche angolo buio di quel mattino di un undici gennaio un foglio bianco e una vecchia chitarra aspettavano pazientemente quel momento di parole e note finalmente solo per loro.
Di qua, intanto, l’allucinazione continuava a disegnare in maniera del tutto insensata un mondo a venire (e poi arrivato) composto di ombre e di paure.
Non so e non mi interessa neanche sapere se sia stato di pochi o di tutti, ma credo non sia stato di nessuno.
Se lo tagliassero a pezzetti…
Passeggiata Sudamericana
“Sud America che stai lì davanti
con le tue tante virtù sulfamidiche
come tutte le tribù sottostanti
hai un torto sei lo schiavo di zio Sam”
(Passeggiata Sudamericana, Pierangelo Bertoli)
Avevo detto a fratello Nico che non avrei commentato il suo splendido post su Victor Jara, che ho letto e riletto più volte, per il semplice fatto che lui conosce assai meglio di me la vita e la musica di quello che dev’essere stato un uomo e un cantautore meraviglioso.
Poi, oggi, leggo su repubblica it questa notizia che narra del significato delle parole e interpretazioni ad hoc. Diatribe avvenute anche per vicende italiane e già affrontate sull’italica stampa, tra l’altro. Tutto si lega con il post di Nico, insomma, perché Victor Jara pare non sia stato ammazzato da una “dittatura” ma da un “regime militare”, e la differenza dev’essere veramente abnorme.
Avevo dodici anni, allora, e ricordo bene la faccia rabbuiata di mio padre, comunista di vecchio stampo – di quelli che “il lavoro il lavoro il lavoro…” – durante i telegiornali di rai1 (o del primo canale….) guardato su un televisore CGE a valvole in cui l’immagine appariva pian piano dopo un quarto d’ora dall’accensione. Non una parola, solo la faccia buia di una persona che aveva “saltato” la guerra perché prigioniero in America. Lui che quando doveva ancora compiere diciassette anni incrociò gli occhi di un uomo a pochi metri di distanza da dove oggi abita proprio il buon Nico: aveva in mano una zappa e attaccata al fianco una roncola e stava dissodando un terreno; salutò l’uomo abbassando la testa, senza aggiungere altro, senza fare nulla. Mi consola il fatto che se avesse usato quegli attrezzi per spaccare la testa del duce lui non sarebbe mai invecchiato ed io in questo momento non starei scrivendo questo post.
Digressioni.
Tornando a Victor Jara credo di aver letto – da Galeano o da Cacucci o forse addirittura in qualche vecchio articolo di Minà – che fu ammazzato di botte a calci e pugni e colpi col calcio dei fucili dentro lo stadio di Santiago, mentre gli assassini gli gridavano in faccia sporco cantore comunista o qualcosa del genere. Non da una “dittatura”, no, ma da un “regime militare”.
Il ruolo più importante nel golpe lo ebbe la ITT.
La ITT era un’impresa multinazionale che aveva sedi anche in Cile, già all’epoca capace di inventare macchinari in grado di scoprire guerriglieri nel buio più profondo e più nero del più profondo girone infernale. Aveva profitti maggiori rispetto a molti Stati nonché allo stesso Stato cileno e aveva già speso un patrimonio per far saltare la democrazia in Brasile con un ritorno economico ben più che moltiplicato. Aveva oltre quattrocentomila operai e sedi in una settantina di paesi con un consiglio di amministrazione composto per lo più da vecchie cariatidi con trascorsi nella CIA e produceva e vendeva armi e la gran parte dell’elettronica di allora; inoltre protendeva le proprie mani sulle assicurazioni e sul riciclo del denaro proveniente dal commercio dell’eroina e da quello delle armi e possedeva alberghi di lusso e dittatori da “accasare” qua e là, ove ve ne fosse stato bisogno.
Per la multinazionale americana il buon Allende era troppo democratico, per cui decise che anche in Cile vi si dovesse “accasare” un buon dittatore.
I soldi per il golpe arrivarono in contanti dentro valigette diplomatiche, direttamente da Washington, moneta sonante in grado di finanziare scioperi e proteste fino a paralizzare il sistema di produzione cileno, fino al punto da lasciare libero solo il mercato nero coi suoi prezzi improponibili. Poi, dopo aver strozzato la produzione, affamato i lavoratori e il popolo in generale e aver finanziato una campagna di stampa di stile mafioso contro il tiranno rosso di nome Salvador, le prime navi da guerra statunitensi si affacciarono davanti alle coste: è il momento di sostituire (come mi è capitato di leggere da qualche parte) il comunismo con il consumismo.
Al di là del significato di quest’ultima frase c’è da dire che il direttore della CIA di allora, tal William Colby, spiegava dalla televisione americana al popolo americano che le fucilazioni di massa in Cile servivano ad evitare una guerra civile proprio mentre la signora Pinochet spiegava dalla televisione cilena che la lacrime delle madri dei fucilati cileni avrebbero redento l’intero paese.
Sei anni dopo l’omicidio del Che la più grande città cubana per numero di abitanti dopo L’Avana, Miami, governata da banchieri, mafiosi, cosche e confraternite varie, scese di nuovo in piazza per una grande festa.
Preti
Romero, monsignor Romero, arcivescovo a San Salvador, ha parlato per anni con un solo Dio, quello unico e onnipotente in cui gli avevano insegnato a credere. Poi ha scoperto che poteva parlare con tutti, che ogni uomo tormentato dal potere di altri uomini nient’altro è che il figlio del Dio crocifisso; e dietro ogni abuso e ogni tormento vede resuscitare Dio nel popolo. Ogni volta.
Romero tra il ’78 e l’80 era diventato una sorta di grimaldello: irrompeva, imputava, denunciava e le sue omelie domenicali erano diventate un’accusa continua al governo e alle forze di polizia e un’esortazione ai fedeli alla disobbedienza civile, sempre interrotto da lunghi applausi.
Contro, sempre. E così in poco tempo il pastore d’anime pie altro non diventa che un fomentatore d’odio e un terrorista di Stato.
Qualche giorno prima, durante la messa domenicale, aveva esortato il soldati a lasciare le divise e buttare le armi, a disobbedire all’ordine di sparare ai contadini solo perché poveri o comunisti.
È domenica e da poco sono arrivate davanti alla chiesa due macchine della polizia, da una ne è sceso un uomo in abiti civili e dopo essere entrato in chiesa è rimasto appoggiato ad una colonna, in piedi, assorto, ad aspettare il momento della comunione. Romero apre le braccia e offre il corpo e il sangue di Cristo, l’uomo di Stato alza il braccio destro e preme il grilletto. Una volta sola, perché basta una volta sola.
Nessuno saprà mai chi è l’assassino.
Era il 1980, il prete che è morto oggi di anni allora ne aveva 60 e già credeva in un altro Dio, diverso dal primo e dal secondo in cui credette Romero. La notizia, in sé, mi è scivolata addosso come scivola sulla pelle l’acqua distillata, ma siamo all’ultimo giorno dell’anno e il fatto che se ne sia andato uno dei depositari della legge morale, uno di quei padroni della libertà che chiedono obbedienza oggi in nome di una liberazione che vedremo domani nell’aldilà – fermo restando che il domani non diventa mai oggi ma resta sempre domani – (mi) appare come una breve pausa in un periodo di generale tristezza.
Buon 2012
Da fuori
Politiker und Journalisten haben eines gemeinsam:
Sie sprechen ueber heute & verstehen es erst Morgen!
È una “pubblicità progresso” che di tanto in tanto passa sugli schermi dei treni e su quelli all’interno delle stazioni in quel di Stoccarda. Mia nipote mi dice che in italiano vuol dire grossomodo:
“Politici e giornalisti hanno una cosa in comune:
parlano oggi di cose che capiranno domani!”
E così, proprio guardando questa piccola diversità rispetto alla pubblicità sui treni italiani, potrei immaginarmi un’altra genesi, un’altra forma di inizio con sterminati Km di ferrovia anche nelle città italiane, un gigantesco serpente di ferro che avvolga l’intera città con le sue spire per andare ovunque si voglia andare, come qui, tra tedeschi e non.
Potrei immaginarmi, dicevo, un’altra genesi anche rispetto alle notizie che arrivano dall’Italia, un altro inizio con meno angoscia, un altro inizio privo di “facce colorate” estratte dal flusso continuo di quelle pallide contro cui puntare una pistola o contro cui pisciare addosso benzina pronta da incendiare.
Ma non è che sia poi così distante, io; e pur trovandomi nel paese in cui s’era deciso che la “razza ariana” era e doveva continuare ad essere l’unica degna di calpestare questo mondo, noto (per quel poco che riesca a vedere) un atteggiamento privo di distacco verso i turchi – che qui sono tanti – i nordafricani e altri stranieri in generale. Semmai, se proprio di distacco si vuol parlare, lo si nota di più proprio verso gli italiani. Ma per quali e quanti possano essere i motivi, storici o culturali, non ho punta voglia adesso di andare a “ravanarci” dentro.
Tornando all’Italia e agli ultimi avvenimenti, ricordo di aver letto che Ezra Pound, poeta e figlio di poeta, attraversò l’Atlantico e giunse nel vecchio mondo per cercare le sue origini, e in Italia si mise in cerca di parole nuove e belle da appendere alle sue poesie. Conobbe troppa gente, tanto che sbagliò amici e sbagliò nemici.
Così, almeno, si limita a scrivere di lui un noto scrittore comunista uruguagio, giustamente rispettoso dell’arte ma troppo, assai troppo, rispettoso degli artisti.
Dispositivi(2)
(…) “Tutto ciò che esiste, in un dispositivo, si vede ricondotto o alla norma o all’incidente. Fin quando il dispositivo tiene, nulla può accadere. L’evento, questo atto che custodisce presso di sé la propria potenza, non può venire che dal di fuori come ciò che polverizza quella stessa cosa che doveva scongiurarlo. Quando la musica rumorista esplose, SI disse: «questa non è musica». Quando il 68 fece irruzione, SI disse: «questa non è politica». Quando il 77 mette l’Italia con le spalle al muro, SI disse: «questo non è comunismo». Di fronte al vecchio Artaud, SI disse: «questa non è letteratura». Poi, quando l’evento non dura per molto tempo, SI dice: «veramente, è stato possibile, è una possibilità della musica, della politica, del comunismo, della letteratura». E infine, dopo un primo momento di vacillamento a causa dell’inesorabile lavoro della potenza, il dispositivo si riforma: SI include, disinnesca e riterritorializza l’evento, lo SI assegna ad una possibilità, ad una possibilità locale, quella del dispositivo letterario per esempio. I coglioni del CNRS, che maneggiano il verbo con una prudenza davvero gesuitica, concludono dolcemente: «Se il dispositivo organizza e rende possibile qualcosa, tuttavia non garantisce la sua attualizzazione. Fa semplicemente esistere uno spazio particolare nel quale questo “qualcosa” può prodursi».
Non SI sarebbe potuto essere più chiari.” (…)
(Tiqqun)
La posta
Sbattono le carte sul tavolo da gioco, o rotolano i dadi; con la roulette no, lì non ci si gioca ancora, non è ancora tempo.
L’india è nuda, se ne sta in piedi sopra un tavolino e non prova nessuna vergogna per le tante paia d’occhi che non le si staccano di dosso: occhi vogliosi, bramosi, ma lei non li vede. È nuda e ha le mani legate perché chi se l’è giocata come posta se l’è giocata senza vestiti e con le mani legate. Le indie erano a tutti gli effetti dei trofei da usare quale posta per il gioco, che valevano meno di zero per chi le aveva catturate e fatte prigioniere, anche quando erano causa di duelli mortali o omicidi compiuti da sicari prezzolati. Erano tante, a volte troppe, e le più brutte valevano meno di un animale da soma o una coscia di maiale. I padroni, pii e devoti al Signore al gioco d’azzardo e alla guerra camminavano verso la chiesa, la domenica, seguiti da una sorta di processione d’indie, e dopo averne ingravidate a decine si facevano preti per espiare la colpa e continuare ad ingravidarne altre.
Orfane di padre e di madre ma figlie di una terra sterile d’argento d’oro e d’altri metalli preziosi altro non possono fare che filare cotone il giorno e soddisfare il padrone la notte, così da offrire vestiti e figli meticci da vendere al mercato. I padroni, così facendo, possono sognare altra ricchezza e soffrire meno al pensiero delle fidanzate lasciate invecchiare in terra natia.
Uno dei padroni, padrone di troppe terre e di troppi figli mai riconosciuti e destinato anche lui a farsi prete, ammonisce i giovani sul fatto incontestabile che queste amanti sono testarde più di un mulo e capaci di provare astio anche durante l’amplesso: mai viscerali e mai arrendevoli, sempre tenaci e sempre in grado di sognare, anche dopo anni, la libertà e la bellezza del luogo in cui furono catturate.
Giura di averne vista alcune, nel corso degli anni, capaci di togliersi la vita bevendo veleno o mangiando terra e sterco; e giura di averne viste altre rifiutare il seno ai propri figli e, addirittura, tagliarsi il ventre per tirare fuori il frutto marcio di un’amplesso ottenuto con la forza.
Bisogna stare attenti – ammonisce – perché una di loro ha ammazzato nottetempo uno di noi, nel letto, sgozzandolo nel momento del piacere, e poi è uscita urlando alle altre di fare come lei.
La terra che prende il nome da una regina vergine
La Virginia si chiama Virginia perché gli inglesi sentivano il bisogno di dare un nome a un pezzo di terra che avesse lo stesso di una regina vergine, ma nessuno seppe mai se solo di spirito. Lì, in Virginia, Luis De Velasco scoprì la pianta di tabacco, tanto forte da conquistare interi appezzamenti di terra, e scoprì che le malattie ingoiavano uomini e cagavano cadaveri ad un ritmo di pioggia monsonica e scoprì anche che la terra non esiste se non è impressa su di una carta geografica. La carta geografica era inglese, e delle ventotto comunità esistenti ben diciassette erano scomparse dopo il loro arrivo. Alle restanti fu offerto di andarsene o crepare. Luis rimase.
Luis De Velasco era un nome importante, il nome del viceré messicano che gli era stato imposto in Spagna, a Siviglia, dopo che l’indios di nome Opechancanough vi era giunto e dopo che era stato vestito di tutto punto. Oltre al nome imposto prese con sé anche la lingua spagnola e la religione cattolica, giurando di non privarsene mai.
Tornato in in terra d’origine passò per il Messico e lì intraprese il lavoro di guida dei gesuiti nonché di interprete, perché la prima lingua che si parla e la seconda religione con cui ci si sposa non si scordano mai. Poiché fu catturato da giovane e tornò da vecchio i suoi connazionali lo credettero resuscitato e, mentre guidava i gesuiti e continuava a predicare, arrivò in Virginia e lì fu colto da illuminazione e seppellì il saio e cominciò a mozzare le teste dei gesuiti mentre era ancora la loro guida, e insieme al saio seppellì anche il nome del viceré e iniziò a farsi chiamare come prima e continuò a mozzare teste inglesi
Aveva più di ottant’anni – in barba pure alle leggende dell’aspettativa di vita in un tempo discretamente remoto – e stava seduto su una portantina quando un soldato inglese lo trafisse colpendolo alle spalle. Sconfitto, sì, ma sul campo di battaglia, perché anche senza più la forza di camminare sul campo di battaglia voleva trovare la morte.
Trentasette anni prima più di trentamila persone che gli europei chiamavano indios diedero il benvenuto allo sbarco degli inglesi nella baia di Chesapeake in una mattina fredda e nebbiosa, ora ne restano vivi meno di tremila.
Wall Street
È il 1666 e gli inglesi, dopo lungo peregrinare, finalmente si sporgono a guardare: la bandiera è ben issata e ben esposta sull’isola di Manhattan. Ha il colore degli olandesi perché l’isola è olandese. Non è stata conquistata a cannonate ma pagata la bellezza di sessanta fiorini, finiti nelle mani degli indios Delaware, vecchi proprietari per diritto di nascita da generazioni.
Gli olandesi erano sbarcati sull’isola una cinquantina d’anni prima e quei sessanta fiorini erano serviti per comprare un fazzoletto di terra grande quanto una pelle di toro: avevano bisogno di quel fazzoletto per coltivarci verdure per le minestre serali altrimenti sarebbero morti di fame – dissero in seguito gli indios – e noi gliela vendemmo più per pietà che per soldi.
In seguito, nei decenni che seguirono, aggiunsero che avrebbero dovuto accorgersi in quel frangente della loro attitudine al furto.
Gli inglesi invece non pagano, sparano un po’ di cannonate sulla bandiera e sul fortino e si annettono l’isola.
Nuova Amsterdam, quella che era un immenso mercato di schiavi, certamente il più importante nell’emisfero nord, cambia nome e diventa New York; e la strada dalle alte mura costruite affinché negri meticci e schiavi non potessero scappare diventa Wall Street.
Ispirazioni e cover
L’ispirazione al lavoro di altri colleghi è una costante nel panorama musicale italiano e mondiale: “Una storia sbagliata” di De André, per esempio, è a tutti gli effetti una cover di “The ballad of absent mar” di Cohen. Ma, al cosiddetto plagio, ben pochi musicisti – italiani e non – si sono sottratti. Ricordo Fornaciari minacciare Staffelli di sputo in bocca per aver quest’ultimo insinuato che “Blu” fosse una cover di “Era lei” di Michele Pecora; ma cosa dire di “Solo una sana e consapevole libidine….” sempre di Zucchero e di “I’m on fire” di Springsteen? E Delle prime note di “Yanez” di Davide Van de Sfroos e di “Me voy” di Julieta Venegas? Insomma, io sono consapevole di saper suonare a malapena il campanello pigiando col dito sul pulsante e bene il motore della moto ruotando la manopola del gas ma, quando ascoltai per la prima volta “Hombres de hierro” (splendida) di León Gieco restai per un attimo allibito: quella canzone la conoscevo già da tempo, tanto che dopo un po’ ho iniziato ad alternarla con l’ascolto di “Blowin in the Wind” di Dylan, più vecchia di pochi anni.
Nessun musicista-cantautore ha mai ammesso (ma se sbaglio mi si corregga pure) di essersi ispirato per le sue canzoni a canzoni di altri musicisti (ovviamente non parlo di influenza o di stile musicale), figurarsi ammettere il vero e proprio coveraggio!
Quando introdussi su questo blog il video di “Hombres de hierro”, dell’allora giovane León, mi limitai a scrivere che era la prima canzone e che faceva “il verso” ad altre, genericamente, oltre al fatto che non riuscivo a staccarmene.
A distanza di quarant’anni il buon León, durante un’intervista, fa cadere il velo di (non) mistero su quella canzone, in uno splendido siparietto con l’intervistatore, raccontando anche quanto il suo inizio musicale sia stato influenzato da Bob Dylan.
Una breve intervista seguita dalla canzone, tutta da gustare.
L’apicoltore
Immagine di un apicoltore americano che affumica gli insetti.
Fiumi di parole sono state scritte sulle sommosse nordafricane prima ed europee dopo. Alla fine, sfinito, ho smesso di leggere le stronzate riguardanti articoli che indicano nella cia e nel mossad e nella ricomposizione delle strategie geopolitiche i mandanti. Le persone scendono in piazza perché qualcuno le paga, punto! Sono, devono, essere loro i sicari di cui nessuno accenna nulla. Altri non ce ne sono. E non si scende in piazza senza aver prima riscosso una parcella, parola di esperti che le rivoluzioni le hanno fatte e ne portano ancora i segni addosso e quelle americane le sto pagando io. Andate pure in culo, e senza passare dal via!
Di piazza Thair avevo scritto due righe due qui: constatazione mia e due righe bastano e avanzano.
Oggi, dopo un’altra quarantina di morti ammazzati, la giunta (o il governo) militare si è dimessa; nessuna perdita tra i sicari pagati da chi detiene il monopolio della violenza, che non è un nemico ma il nemico.
Eppure, eppure, nonostante nulla sembra essere più improbabile di un’insurrezione, oggi, nulla sembra essere più necessario.
Qualche altra parola da un vecchio libriccino francese:
“Nella distanza che ce ne separa le armi hanno acquisito questo duplice carattere di fascinazione e di disgusto, che solo il loro maneggiamento permette di superare. Un autentico pacifismo non può essere rifiuto delle armi, solamente del loro utilizzo. Essere pacifisti senza poter far fuoco non è che la teorizzazione di un’impotenza. Questo pacifismo a priori corrisponde a una sorta di disarmo preventivo, è una pura operazione poliziesca. In verità, la questione pacifista non si pone in maniera seria se non per coloro che hanno il potere di fare fuoco. In questo caso, il pacifismo sarà al contrario un segno di potenza, poiché è solamente a partire da un’estrema posizione di forza che si è liberati dalla necessità di fare fuoco.”
El Desembarco
Sei anni dopo “Por favor, perdón y gracias” esce un albun di inediti di León Gieco: El Desembarco.
Dodici canzoni che non vedo l’ora di ascoltare:
1. Ella
2. El Argentinito
3. Las Canciones
4. Hoy Bailaré
5. Las Cruces de Belén
6. Bicentenario
7. Mi Estrella
8. Fachos
9. 8 de Octubre
10. El Desembarco
11. A Los Mineros de Bolivia
12. Latido del Corazón
Qui quella che dà il titolo all’album:
El Desembarco
Están los que resisten y nunca se lamentan
Los que dicen: “yo para que vivo”
Los que recuperan rápido sus fuerzas
Los que lucran con lo que he perdido
Hay quien sucumbe y se levanta
Hay quien se queda allí siempre tendido
Hay quien te ayuda a despegar y los que nunca
Te reconocen cuando estás vencido.
Cuantos hay que piensan que es tarde para todo
Y cuantos claman “siempre adelante!”
Cuantos los que ven la piedra en el camino
Y cuantos los que nunca miran nada.
La alegría con la fuerza se alimenta
Y no hay muros ni rejas que la frenen
Hay quienes desembarcan ardiendo con un grito
Sin barcos y sin armas por la vida.
Hay alguien que bendiga esta hermosa comunión
De los que pensamos parecido
Somos los menos, nunca fuimos los primeros
No matamos ni morimos por ganar
Mas bien estamos vivos por andar
Esperando una piel nueva de este sol
No pretendemos ver el cambio
Sólo haber dejado algo
Sobre el camino andado que pasó.
Ya es normal ver chicos sin zapatos
Buscando comida en la basura
Y es una postal la puerta de la iglesia
De esa madre con su criatura.
Mientras esto pase no habrá gloria
Es arena que se escapa entre los dedos
Es dolor, es mentiras, es hipocresía
Es un tiempo frágil de estos días.
La ignorancia a veces puede con un pueblo
Y ganan tiranos y verdugos
Creemos que la historia se hizo en un minuto
Y todo lo vivido, un mal sueño.
A veces somos nuestros enemigos
Ensuciamos las rutas y los ríos
Matamos en la guerra y en las calles hoy tenemos
Viejos monumentos de asesinos.
Hay alguien que bendiga esta hermosa comunión
De los que pensamos parecido
Somos los menos, nunca fuimos los primeros
No matamos ni morimos por ganar
Mas bien estamos vivos por andar
Esperando una piel nueva de este sol
No pretendemos ver el cambio
Sólo haber dejado algo
Sobre el camino andado que pasó.
Hay quienes desembarcan ardiendo con un grito
Sin barcos y sin armas por la vida…
Similitudini
New York 1929
“L’uomo che nessuno conosce”, il libro di Bruce Barton che colloca il paradiso in Wall Street, ha milioni di lettori. Secondo l’autore, Gesù di Nazareth fondò il moderno mondo degli affari. Gesù fu un impresario conquistatore di mercati, dotato di un geniale senso della pubblicità e ben affiancato da dodici venditori fatti a sua immagine e somiglianza. Il capitalismo ha una fede religiosa nella propria eternità. Quale cittadino nordamericano (o occidentale) non si sente un eletto? La borsa è una casa da gioco dove tutti puntano e nessuno perde. Dio li ha fatti prosperi. L’impresario Henry Ford vorrebbe non dormire mai, per guadagnare più soldi.
New York 1929
La speculazione cresce più della produzione e la produzione più del consumo e tutto cresce a un ritmo vertiginoso finché esplode, improvvisa, la crisi. Il crollo della borsa di New York riduce in cenere, in un solo giorno, i guadagni di anni. D’un tratto le azioni di maggior valore si trasformano in carta straccia che non serve neanche per incartare il pesce. Le quotazioni cadono in picchiata, e in picchiata cadono i prezzi e i salari e più di un uomo d’affari dalla terrazza. Chiudono fabbriche e banche; i proprietari terrieri sono rovinati. Gli operai senza lavoro si riscaldano le mani davanti a falò di rifiuti e masticano gomma per consolare la bocca. Le più grandi imprese precipitano; e persino Al capone crolla inesorabilmente.
(E Galeano)
I tecnici
È nato, abbiamo perso due monti su tre ma alla fine l’uovo s’è schiuso.
Non si vede altro che una terra arida e spaccata, da nord a sud e da est a ovest, una lunga strada dalla Sicilia al Trentino priva di barriere e ai lati l’infinito, secco.
Ne ho conosciute di persone così, ai bei tempi del calcio in parrocchia e della scuola. Figli di papà perché il mio e quello di pochi altri erano operai, già consapevoli del fatto che saremmo diventati bravi quanto i nostri genitori a impilare mattoni e montare caldaie e prese elettriche. Il prete e i professori non capivano quale potesse essere la differenza, in futuro, tra noi e loro, oltre al fatto che montare caldaie e prese elettriche e impilare mattoni loro non sarebbero riusciti a farlo.
Lavare i cessi
Lavare i cessi, certo, è un lavoro umile. Ma anche per lavare i cessi tocca far la fila. Sembra (non è certo ma pare sia certo) che quelli che trovano nella “criminalità” dei centri sociali umiliazioni meno pesanti e un più congruo costo-beneficio rispetto al fare la fila per pulire i cessi a quattro euro l’ora non abbiano alcuna intenzione di indurre nella scelta; e l’amore e il rispetto per la società corrente non gli verrà inculcato con nuove leggi, né con la galera. L’orda dei pensionati e dei cassintegrati non potrà sopportare molto a lungo la scure sui redditi e neanche l’idea di un reddito di sopravvivenza, garantito dallo stesso che deruba, potrà garantire un accordo di pace sociale, foss’anche relativa anziché durevole. La vita non è sopravvivenza, vale qualcosa di più di un rancio, o di un immobile, o di una camionetta, o di un’automobile, o di una statua.
Quelli del volemose bene, delle bandiere, dei fischietti, delle sigle dei partiti, degli slogan gandhiani, dell’autocontrollo generalizzato e alle brutte “controllato” dentro le marcette non risparmieranno a se stessi e agli altri una dittatura economica: rendono solo più agibile la percorrenza di una strada già spianata, dove la spoliazione di redditi già ridicoli non potrà che aumentare e dove il controllo si farà sempre più sottile nonché preciso e tagliente.
A giudizio di Lalande
Lalande 21185 è una stella situata nel gran carro (o nell’orsa maggiore) ed è una tra le tante stelle che non ho mai osservato col mio telescopio. È una nana rossa, ovvero una stella con poca massa, per cui abbastanza fredda e assai più longeva del nostro sole, ed è relativamente vicina alla terra (circa otto anni luce ovvero circa ottantamila miliardi di km). Prende il nome da Joseph Jérome de Lalande, astronomo francese della seconda metà del ’700.
L’idea di volare – sembra che, nonostante il genio, neppure Leonardo sia mai riuscito a far volare una delle sue intuizioni – era già diffusa fin dalla fine del ’500 e appena un secolo dopo Joseph Glanvil ebbe a scrivere che nel giro di poche generazioni l’uomo sarebbe riuscito a volare nelle regioni incognite dell’emisfero sud e finanche sulla Luna. Un tale viaggio – sostenne – non sarà considerato più strano di un viaggio nelle Americhe.
Però, come troppo spesso accade, ogni idea rivoluzionaria capace di troncare con i dogmi acquisiti deve scontrarsi con il giudizio e i commenti dei critici: critici beninteso certificati dalla loro acquisizione sul campo di battaglia.
Lalande era all’epoca una persona importante, credibile, di cultura, e non esitò a scagliarsi contro i giornalisti che simpatizzavano per i pionieri del volo umano attraverso l’aiuto delle macchine.
“Scrivono così spesso e così tanto di macchine volanti e di rabdomanti e di invenzioni illogiche che alla fine i lettori potrebbero credere a queste pazzie. Inoltre potrebbero pensare che gli scienziati che collaborano coi giornali non abbiano niente da obiettare contro certe prese di posizione. È dimostrato. È stato dimostrato più e più volte che l’uomo non possa sollevarsi in aria per cui solo un emerito ignorante può pensare che idee così fantasiose, anche guardando a un futuro tanto lontano, possano essere realizzabili.”
In effetti il buon Joseph Jérome de Lalande dovette aspettare un solo anno per veder confutata la sua tesi e quella della maggioranza degli scienziati dell’epoca. Giusto un anno dopo – per l’appunto e per ironia della sorte – furono due suoi connazionali di cui uno col suo nome, Joseph e Étienne Montgolfier, a far sollevare un pallone aerostatico ad Annonay. Dopo pochi mesi un altro pallone gonfiato con idrogeno sorvolava Parigi sotto la direzione del fisico César Charles. Erano palloni senza “passeggeri” ma nello stesso anno i due Montgolfier fecero volare sul loro “aeromobile” una pecora un gallo e un’anatra aprendo così la possibilità di volare agli esseri umani. In effetti, sempre nello stesso anno, i Montgolfier fecero giustappunto volare passeggeri umani.
Si racconta che le parole di Lalande – come sempre accade ai geni di ieri e di oggi che tutto sanno e tutto comprendono del presente e del futuro – siano state falsate, distorte, falsificate e travisate.
Dispositivi
“Qual è il dispositivo perfetto, il dispositivo-modello a partire dal quale nessun malinteso potrà sussistere sulla nozione stessa di dispositivo? Il dispositivo perfetto, mi sembra, è l’autostrada. Laddove il massimo di circolazione coincide col massimo di controllo. Nulla vi si muove che non sia incontestabilmente «libero» e allo stesso tempo incasellato, identificato, individuato su di un’esauriente scheda di immatricolazione. Organizzata in rete, dotata dei propri punti di approvvigionamento, della sua polizia, dei suoi spazi autonomi, neutri, vuoti e astratti, il sistema autostradale rappresenta anche un territorio, dislocato per bande attraverso il paesaggio: un’eterotopia, l’eterotopia cibernetica. Tutto al suo interno è stato parametrato con cura perché non accada mai nulla. Lo scorrere indifferenziato del quotidiano è punteggiato solo dalle serie statistica, prevista e prevedibile, di incidenti dei quali tanto più si viene informati quanto più non ne siamo mai testimoni, e che sono dunque vissuti non come degli eventi, delle morti, ma come una perturbazione passeggera le cui tracce saranno cancellate nel giro di qualche ora. Del resto, si muore molto meno sulle autostrade che sulle strade nazionali, ricorda la Società Autostrade; sono solamente i cadaveri degli animali schiacciati, i quali si segnalano per le leggere deviazioni che producono sulla direzione delle vetture, a ricordarci quello che vuol dire pretendere di vivere dove gli altri passano.
(…)
All’inizio ci sarebbe questa volta un fastidio, un fastidio legato alla generalizzazione dei congegni di sorveglianza nei magazzini, specialmente delle porte antifurto. Ci sarebbe la leggera angoscia, al momento di oltrepassarle, di sapere se suonerà o meno, se si sarà estratti dal flusso anonimo dei consumatori come «il cliente indesiderato», come «il ladro». Ci sarebbe dunque, questa volta, il fastidio – chissà? il risentimento – di essersi fatto prendere qualche volta e la chiara prescienza che i dispositivi da qualche tempo si sono messi a funzionare. Infatti, questo compito di sorveglianza è sempre più affidato esclusivamente a una massa di vigili che hanno l’occhio, essendo essi stessi dei vecchi ladri. Vigili che sono, in tutti i loro gesti, dei dispositivi con le zampe.
(…)
Per ciò che concerne i dispositivi, la propensione volgare – quella del corpo che ignora la gioia – sarà di ridurre l’attuale prospettiva rivoluzionaria a quella della loro distruzione immediata. I dispositivi fornirebbero allora una specie di capro espiatorio oggettivo sul quale tutti si metterebbero d’accordo in modo univoco. E lo si riannoderebbe ai più vecchi fantasmi moderni, il fantasma romantico che chiude Il lupo della steppa: quello di una guerra degli uomini contro le macchine. Ridotta a questo, la prospettiva rivoluzionaria ridiverrebbe una frigida astrazione. O il processo rivoluzionario è un processo di accrescimento generale della potenza o non è niente. Il suo Inferno è l’esperienza e la scienza dei dispositivi, il suo purgatorio la condivisione di questa scienza e l’esodo fuori dai dispositivi, il suo Paradiso l’insurrezione, la loro distruzione. E questa divina commedia tocca a ognuno percorrerla come un esperimento senza ritorno.”
(TIQQUN)
Il giorno dopo
La Paz è in festa. Il generale René Barrientos, partorito in una topaia e vissuto fino a dieci anni prima in un manicomio della CIA, attraversa la città seguito dal ringhio dei suoi soldati. È un vero bagno di folla, anche se qualcuno, di nascosto, osa sputare per terra dopo il suo passaggio.
Non sono bastati milleottocento uomini in divisa appoggiati dalle migliori diavolerie elettroniche dell’epoca montate sugli aerei della CIA per stanare El Che e i suoi sedici compagni: ha dovuto chiedere aiuto, pagando cinquecento pesos, a Manuel Herrera, contadino squamoso di lungo corso e di lunga lingua biforcuta.
Ora, ammirato dalla folla festante, imbocca l’uscio del palazzo del governo seguito dal fido cane da guardia Nene, soldato gigante anch’egli di lungo corso, fedele e pronto a dare la vita per il suo padrone, e firma la svendita del suolo e del sottosuolo boliviano. Una volte per sempre, perché una volta è per sempre.
Nessuno ha saputo tener conto dei suoi figli e delle sue donne; e nessuno ha tenuto il conto degli operai e degli artisti ammazzati e dei suoi discorsi e della sua ricchezza, perché al rubare non c’è mai fine.
Poco più in là, a uno sputo dall’isola di Cuba, gli esiliati fuggiti a Miami dopo la sconfitta di Batista esultano e lo eleggono uomo dell’anno. Qualcuno di essi riuscirà ad arricchirsi sul suolo americano; altri, ben più che la maggioranza, si disputeranno gli avanzi di cibo coi cani randagi e coi topi.
Parole d’artista
“La vera novità della pittura messicana, nel senso in cui la iniziammo con Orozco e Siqueiros, fu di far diventare il popolo l’eroe della pittura murale. Fino ad allora gli eroi della pittura murale erano stati gli dèi, gli angeli, gli arcangeli, i santi, gli eroi della guerra, i re, gli imperatori e i prelati, i grandi capi militari e politici, e il popolo appariva come il coro intorno ai protagonisti della tragedia… “
(Diego Rivera 1924)

















