Palabrasenelviento

Palabras en el viento

Stasera

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09 FEBBRAIO 2010
ore 20:00
ANDREA PARODI & MAX LAROCCA con Alex Valle e Fulvio A.T. Renzi



Written by Ezio

9 febbraio 2010 alle 11:28

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Leggende

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Bahìa 1939
Città nera come un corvo, città che affonda radici ormai vecchie su antichi e aridi terreni: radici del trono di vicerè grassi e sazi di zucchero e schiavi, di sangue e torture. Lì tutto è nero e tutto ciò che ha importanza, dalla musica alla religione, è più nero del negro. Però a Bahìa persino i negri pensano che la pelle chiara sia un marchio di qualità, anzi di buona qualità. Ruth Landes non la pensa così. Lei è nordamericana, antropologa, e vuole studiare da vicino la vita degli ex schiavi in un paese privo di razzismo e ex schiavista: sarà il ministro a spiegarle che il governo si prefigge di purificare la razza brasiliana, infettata di sangue di corvo e responsabile dell’arretratezza e della stoltezza dell’intera nazione. Così, Ruth, frequenta i templi carichi di donne cariche di negritudine, perché laddove si recinta il nazionalismo culturale sfocia in follia.
Storia, o forse leggenda.
I templi sono colmi fino all’orlo di sacerdotesse rotonde come la luna e mai sazie, splendenti e perennemente pronte a ricevere dentro i loro corpi i corpi degli dèi sospinti fin qui dai venti dell’Africa. Il calore dei loro corpi somiglia al calore della propria casa, dove è sempre bello rifugiarsi, e dentro i loro corpi gli dèi entrano e godono e ballano e cantano e sudano fino a bagnare il pavimento, dalla sera alla mattina. Le sacerdotesse offrono al popolo il coraggio, e lo consolano, e le loro lingue parlano e raccontano il destino di ognuno. Non accettano mariti ma solo amanti perché il matrimonio uccide la libertà la gioia e il piacere, e infetta e accorcia il tempo, nonostante offra prestigio. Petto in fuori, sguardo fiero, le sacerdotesse condannano gli uomini al tormento della gelosia degli dèi, perché sono libere e sono le regine della creazione.
A Bahìa, Marìa Padilha, è Exù il vendicatore o una delle sue amanti, comunque la più donna delle donne e la più puttana delle puttane, quella con cui Exù ama rotolarsi più frequentemente tra le braci dei fuochi. Exù è l’immaginario Dio che si burla dei ricchi, colui che vendica chi non ha nulla, colui che è in grado di illuminare la notte e di oscurare il giorno, di far sanguinare l’acqua la foresta e la montagna. Ha due teste, una dalle sembianze di un angelo e una dalle sembianze di un demone, e nelle favelas è considerato un intruso poiché viene da un altro mondo. È in grado di uccidere o di dare la vita accarezzando, ed è nei corpi delle donne e degli uomini che vivono coi topi fra lamiere e immondizia e che con lui si rotolano e godono e ridono e danzano fino a cadere esausti. Marìa Padilha la si riconosce quando penetra nei corpi, perché insulta e ride al contempo e poi strilla come quando si sgozza un maiale e, quando esce dalla trance, pretende tabacco d’importazione e bevande costose. È una vera signora e così bisogna trattarla per avere dalla propria parte la sua più che riconosciuta influenza sul potere degli dèi e dei demoni. Ma non entra in ogni corpo bensì sceglie. Per manifestarsi al mondo degli uomini sceglie le donne che si guadagnano da vivere offrendo il proprio corpo in cambio di denaro nei sobborghi di Rio, perché sono disprezzate e schifate dagli stessi clienti che affittano la loro carne per poche ore; così facendo, Marìa, offre alle disprezzate la dignità e permette alla carne affittata di ergersi con dignità su e oltre l’altare, fino a far brillare l’immondizia della notte più del sole del giorno.

Written by Ezio

8 febbraio 2010 alle 23:20

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Frasi

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1953
Il governo degli Stati Uniti fa esplodere la prima bomba a fusione – l’innesco sarà una piccola bomba a fissione – a Eniwetok; il presidente ha da poco nominato ministro della difesa un certo Wilson, il quale da buon dirigente non dimissionario della Generl Motors dichiara che ciò che va bene per la General Motors va bene pure per l’America. Lì – in America – c’è una città che si chiama Mosca e le autorità locali rivendicano l’esclusiva sul nome: chiedono che la capitale russa cambi il suo seduta stante per evitare associazioni imbarazzanti, dicono, proprio mentre i Rosenberg vengono cucinati sulla sedia elettrica con l’accusa di essere spie al servizio russo. Qualcosa sta cambiando, o tutto resta uguale. I sondaggi rivelano che ben oltre la metà dei cittadini americani è favorevole alla politica che, di lì a poco, porterà all’elezione di McCarty a senatore, dando inizio alla sua campagna contro ogni tipo d’infiltrazione comunista o libertaria all’interno della democrazia americana: l’ingegnere Kaplan si tuffa sotto le ruote di un camion, pur di non farsi interrogare… Einstein nel frattempo esorta gli intellettuali a non deporre davanti al comitato per le attività antiamericane, pena la rovina economica e pure la galera. Diversamente comportandosi – dice – gli intellettuali non meriterebbero altro che la schiavitù che si pretende di imporre loro. È incorreggibile, Einstein, e frugando nella lista dei compagni di strada del comunismo redatta dall’unico, immenso, luminoso neurone di McCarty si scopre che il povero Albert figura al primo posto. D’altra parte si oppone all’invio di truppe in Corea e coltiva amicizie coi negri, e poi è ebreo e McCarty dice che è pure ingrato, col sangue rosso e il cuore a sinistra.
Il comitato per le attività antiamericane comincia – come tutti i comitati – a esigere soldi carne e nomi, e i divi di Hollywood e le menti della cultura non sfuggono alle grinfie dei comitati: chi tace o non abiura finisce la carriera o finisce in galera, o viene espulso o resta senza passaporto. Un attore (Reagan) parla e dice che i rossi meritano di essere bruciati, e da lì comincia una carriera politica che lo porterà a diventare presidente. Un altro (Taylor) si pente di aver preso parte ad un film dove si vedevano dei russi sorridere. Odets chiede perdono e arriva a denunciare dei vecchi compagni. Ferrer e Kazan (quest’ultimo regista) arrivano a puntare l’indice contro alcuni colleghi.
Proprio in quell’anno – a due dalla morte – il New York Times intervista il fisico nato ad Ulma nel 1879, famoso… per essere famoso. Colui che aveva scritto la relatività ristretta prima e generale poi. Colui che aveva cestinato tonnellate di cartacce con su equazioni che dimostravano l’espansione dell’universo tredici anni prima della scoperta di Hubble: tutto sembrava essere fermo… Colui che amava ascoltare più che parlare, che ascoltava disquisire un ancora giovane Niels Bohr mentre scopriva nuove idee nell’atto di enunciarle – le sue riflessioni stavano tutte in ciò che diceva e tutto ciò che diceva lo diceva senza averci riflettuto prima. Era in grado di dare forma ai pensieri, lì per lì, mentre questi si tramutavano in parole – per poi fulminarlo con cinque parole: Dio non gioca a dadi!

Lei – gli chiede intelligentemente il giornalista del New York Times – è una persona di cultura, uno scienziato conosciuto in tutto il mondo, stimato e ammirato da anni: perché si veste in modo trasandato, non si pettina, non cura di più la sua persona e soprattutto la sua immagine pubblica?

Perché sarebbe ben triste se l’involucro fosse migliore della carne che avvolge!

Written by Ezio

4 febbraio 2010 alle 19:11

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Cacique

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Gil Gonzàvilez de Avila è fermo, e nel suo essere fermo afferra con fermezza la spada e aspetta con fermezza cibo, oro, argento, battesimo e sottomissione dal cacique (personaggio influente o capo tribù o “politico”) Nicaragua. Lui consegna cibo, oro, argento e si fa battezzare; ma al contempo chiede ad Avila, anche se sa che la risposta non è cortesia. Chiede ad Avila come sia possibile essere al contempo uomo e Dio. Come sia possibile essere al contempo vergine e madre. Se quello che chiamano il santo padre di Roma e del mondo sia immortale. Dove vanno a dormire le anime quando si muore. Il cacique è stato eletto dai saggi anziani del villaggio, perché più saggio e anziano di loro, e chiede se anche il re della terra di Avila sia stato eletto con le stesse modalità. Chiede, ancora, il motivo del bisogno di tanto oro e argento per lui e i suoi pochi uomini: ce la faranno i vostri corpi a sopportare il peso di tanti ornamenti?
No, la risposta non è cortesia. Il cacique sa che Avila non risponderà. Sa da sé, senza bisogno delle profezie dei profeti, che un giorno il sole diverrà scuro come la notte e il cielo cadrà sulla terra; sa che di lì a pochi anni le donne del suo villaggio si rifiuteranno di partorire figli e figlie, perché schiavi e schiave.

Written by Ezio

22 gennaio 2010 alle 15:32

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Marte

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Chi ama l’astronomia non può che restare stupito davanti a questa foto in cui si vedono dune di sabbia su Marte. Ares, il dio della guerra, visibile in questo periodo e a questa latitudine tra il cancro e il leone.
Marte: il pianeta rosso su cui l’astronomo Schiaparelli vide canali i cui bordi diventavano scuri durante l’estate e chiari durante l’inverno, tanto da far pensare a vegetazione che nasce e muore seccandosi, peccato che era solo suggestione… Lo scherzo dell’invasione della terra da parte dei marziani narrata alla radio da Orson Welles. La tanta filmografia associata al pianeta. Le migliaia di foto in alta risoluzione scattate dai rover gemelli Opportunity e Spirit. I (finti) misteri di Cydonia con le sue piramidi e la sua faccia. Il colore dei minerali di ferro. Le tempeste di sabbia. I diavoli di polvere. Il monte Olympus. Le dune. Le notti che ho passato al freddo con l’occhio attaccato all’oculare di un telescopio, e poi altro, tanto altro, fino a sognare viaggi impossibili, fino a sognare sogni impossibili.

Sembra veramente un mondo vivo guardando questa foto, peccato che ciò che si vede altro non è che ghiaccio di anidride carbonica che sublima.

Written by Ezio

21 gennaio 2010 alle 19:06

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Si abbisogna di obbedire

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“Nessuno educa nessuno, nessuno educa se stesso: gli uomini si educano tra loro, con la mediazione del mondo”. Così scriveva il pedagogo cattolico Paulo Freire. La scuola invece pretende di insegnare… educando; ed educatamente insegna a diventare ragionieri o geometri, attori o pittori. A volte insegna come diventare cardinale e poi papa, o tenente e poi generale. Più spesso si limita l’insegnamento alla costruzione di buoni cittadini rispettosi delle leggi e dell’autorità, nonché ad essere buoni mariti o buone mogli. Mutila, dice Silvano Agosti. Snatura e insegna a vivere la finzione, dice Pino Cacucci.

Così stava scritto sui libri di testo degli studenti in Uruguay, negli anni ‘70:

L’esistenza di partiti politici non è essenziale per una democrazia. Abbiamo il chiaro esempio del vaticano, dove non esistono partiti politici e dove tuttavia esiste una vera democrazia. (…) L’uguaglianza della donna, se male interpretata, significa stimolare il suo sesso e il suo intelletto, mettendo in secondo piano la sua missione di madre e di sposa. Sebbene dal punto di vista giuridico l’uomo e la donna siano evidentemente uguali, non è così dal punto di vista biologico. La donna in quanto tale è sottomessa al marito e pertanto gli deve obbedienza. È necessario che in ogni società ci sia un capo che serva da guida, e la famiglia è una società. (…) È necessario che alcuni obbediscano perché altri possano esercitare il comando. Se nessuno obbedisse, sarebbe impossibile comandare.

Prima di far stampare questi libri di testo per gli studenti, con pedagogia militare, i militari avevano inventato una settantina di metodi di tortura per punire la solidarietà. Guai a mettere in dubbio la proprietà privata e l’obbedienza al potere: per questi reati c’è la galera, e poco conta che sia in esilio o dentro una fossa comune. I cittadini – proprio come ora in Italia – sono classificati in base alla loro potenziale pericolosità: pericolosi, potenzialmente pericolosi o non pericolosi al momento (i non pericolosi affatto non esistono, e da noi è sufficiente non infangare la memoria dei propri genitori per finire in galera). I salari sono immediatamente ridotti della metà e i sindacati immediatamente commissariati. Guai a pensare: il pensiero è un atto rivoluzionario e fa perdere – quando va bene – il lavoro. Sono – come oggi sono qui – i riduttori di teste, non necessariamente militari: ovvero coloro che proibiscono di vivere la realtà e pensano prima e applicano poi i metodi più vergognosi per incenerire la memoria collettiva.

Written by Ezio

19 gennaio 2010 alle 14:20

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La lingua del paradiso

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Immobile, seduto su un ceppo davanti all’ingresso della dimora di Colombo, con i ferri alle caviglie e ai polsi, Caonabò guarda il vuoto, come fosse assente. È da poco finito un temporale e davanti a lui c’è l’arcobaleno: “il serpente di collane” nella lingua del paradiso. Poco tempo prima aveva trasformato il fortino di Navidad in un cumulo di cenere: fortino costruito dall’ammiraglio dopo la scoperta dell’isola che, più avanti, avrebbe preso il nome di Haiti. Lo aveva bruciato dopo aver ammazzato tutti gli occupanti, e dopo aver ammazzato nel corso dei due anni precedenti tutti gli spagnoli che era riuscito a stanare sui monti di Cibao: a colpi di frecce – ché lui era un arciere – perché erano cacciatori d’uomini e d’oro. Quando si è presentato a lui il veterano delle guerre contro i mori, visto l’atteggiamento di pace, Caonabò ha pensato a “l’altro mio cuore”, che nella lingua del paradiso vuol dire amico, ed è salito sul suo cavallo anche se di lui conosceva solo il nome. De Ojeda, esperto di guerre e congiure, gli allacciò ai polsi delle manette di metallo brunito dicendogli che erano bracciali usati durante le feste e nelle danze del re di Castiglia, e lui gli credette. Da allora Caonabò trascorre il suo tempo davanti all’uscio della dimora di Colombo: di notte guarda “il mare di sopra”, che nella lingua del paradiso vuol dire firmamento, e di giorno guarda la luce del sole che illumina il pavimento al mattino e si ritrae la sera, lasciandolo scuro e cupo. Non muove un muscolo quando gli passa davanti Colombo però accenna un inchino ogni volta che appare De Ojeda. Ogni volta De Ojeda gli dice che deve chiedere perdono: non sa che nella lingua del paradiso per dire perdono bisogna dire oblio.

Written by Ezio

15 gennaio 2010 alle 18:44

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Indovini

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L’indovina de Trilussa:

“Vedo sur fante un certo nun so che…

Ve so’ state arrubbate…”

“Oh questo sì: le cinque lire che t’ho dato a te!”

Written by Ezio

14 gennaio 2010 alle 13:47

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Haiti

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Una vecchia autoctona, schiava già dal grembo materno, taglia la gola ad un cinghiale: lei è l’intima degli dei e questa terra, da ora in avanti, berrà sangue al posto dell’acqua. Sotto la sua protezione sono fin troppi i negri che cantano e ballano la libertà, e la giurano a se stessi protetti dal vudù. In una cerimonia proibita, dentro una notte nera illuminata di tanto in tanto dai fulmini d’un temporale, questo imprecisato numero di persone decide che questa terra di dolore, castigo, frusta e lavoro diventi patria. La lingua di questa nuova patria chiamata Haiti sarà il crèole, lingua comune dei deportati africani nelle isole antillane, nata nelle piantagioni tra i condannati che sentivano il bisogno di riconoscersi e comunicare, per resistere. Nasce, il crèole, dalla mescolanza di lingue africane, normanne e bretoni, e raccoglie anche parole indigene e inglesi, non facendosi mancare qualche inflessione spagnola sentita qua e là dai coloni nell’oriente dell’isola. Così il crèole, più che una lingua, è una raccolta di parole: la raccolta di parole degli dei che sono amanti e ballerini anziché padroni e proprietari, complici compiacenti anziché giudici moralisti, e che penetrano nei corpi portando allegria e musica, felicità e movimento, sesso e piacere.
L’uomo giudice non perdonerà agli haitiani questa scelta.

Antica canzone d’amore del popolo haitiano

Sono legna che arde.
Mi si spezzano canne di gambe.
Ogni cibo disgusta la bocca.
La sorsata più ardente va in acqua.
Ti penso, e un’alluvione
viene a inondarmi gli occhi.
Sconfitta dal dolore
si perde la ragione.
Davvero, bella mia,
ritornerai fra poco?
Non mi mancare più, anima mia!
Meno dolce dei sensi è la fede.
Oh, non tardare ancora, mi fa male!
Vieni e apri la gabbia
dell’uccello affamato!

Written by Ezio

13 gennaio 2010 alle 14:35

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La pazza musica

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I palchi dei bordelli proteggono i musicisti dalle risse per le puttane per i soldi e per l’orgoglio; anche – a volte – dai colpi d’arma da fuoco.

Ha messo da parte obolo dopo obolo distribuendo carbone, latte, quotidiani e tutto ciò che può essere distribuito fra strade e portoni. Ha impilato quegli oboli fino ad arrivare ad una “altezza” di dieci dollari e con questi un ragazzo di colore basso e timido ha acquistato una tromba tutta per sé. Lui soffia e la musica si stira come appena svegliata, si sgranchisce ed appare al giorno salutando il sole e i suoi raggi. Louis Armstrong non è figlio di schiavi ma nipote di schiavi, e suonando resuscita sé e i suoi avi ogni giorno con il jazz: musica allevata come lui nei postriboli, da genitori negri e musicisti. Improvvisano, e da queste improvvisazioni rinasce una musica pazza e antica. Il jazz vola senza catene e senza ali, ha avi negri che lo cantavano nelle piantagioni del sud degli Stati Uniti e ora è suonato nei bordelli di New Orleans fra risse pugni e coltellate sotto il palco, per tutta la notte; e poiché la notte è sempre troppo corta qualcuno osa anche durante il giorno, per prolungare la notte.
Nel secondo decennio del ‘900 era la vecchia nuova pazza musica.

Written by Ezio

11 gennaio 2010 alle 16:17

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