Palabrasenelviento

Palabras en el viento

In tutte le lingue del mondo

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In tutte le lingue del mondo, o quasi:

Se Asegura

Que en este
Hospital
no se va a
denunciar
a nadie

Così sta scritto su fogli A4 appiccicati con lo scotch sui vetri del pronto soccorso dell’ospedale Grassi, ad Ostia. In spagnolo e in arabo, in polacco e in inglese e pure in portoghese e rumeno, senza farsi mancare l’italiano e altre lingue di cui non sono riuscito a stabilire la provenienza, insieme a cartelloni firmati dall’RSU in cui si avvisano i pazienti che sì, con la dovuta calma ci si prenderà cura di ognuno, per cui sarà meglio non diventare impazienti, ché i posti letto e il personale medico e paramedico sono uguali a meno della metà di quello che servirebbe per garantire assistenza a tutti. C’è da dire che pur non essendoci sbarre alle finestre gli ospedali somigliano in tutto e per tutto alle galere, con le loro gerarchie e i loro divieti ad uscire, con le loro divise e il loro terrorismo psicologico. Che non si denunci nessuno va specificato per tempo, viste le nuove leggi, ma se continuo finisco con lo sconfinare in un discorso politico, e non ne ho punta voglia. Qui c’è solo il mercato della carne, di tutte le carni del mondo, che hanno un valore enorme solo in dollari o euro, addotte alla guarigione di malattie indotte. Le quasi quattro ore passate nella sala d’aspetto, ad aspettare tra zanzare assatanate e coleotteri giganti notizie di una persona alla quale nonostante divergenze politiche e religiose non riesco a non voler bene, mi hanno permesso di pensare e ripensare a Pasteur, al riassunto delle sue ultime parole percepite da qualcuno mentre lo vegliava sul letto di morte: Non curate i virus, bensì l’alveo nel quale si riproducono.
Un’abiura? Chissà…

Written by Ezio

20 Giugno 2009 alle 22:37

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Procedura

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Procedura

Per condannare a morte una persona serve una maggioranza favorevole.
Il giorno della condanna gli incaricati passano per le case del paese, presto, mentre si fa la prima colazione e domandano: possiamo ammazzare in nome del popolo, cioè anche vostro?
Preciso che dev’essere domenica, o altra festività, un giorno in cui si possa deliberare con calma accanto alle tazze. Deve anche essere un giorno di sole.
Si conteggia la maggioranza, compresi bambini, compresi quelli che di solito non votano ma sulla vita e sulla morte vogliono pronunciarsi.
Quando risulterà una maggioranza favorevole, si potrà procedere democraticamente.
Gli astenuti sono contati tra i voti contrari. Perché? Perché sì!
Questa è la procedura più certa per stabilire la morte a maggioranza.
Chi è contrario alla condanna e non vuole essere associato al boia, deve arrendersi di fronte a questo conteggio. È effettivamente in nome del popolo, consultato col bel tempo, in una giornata di festa e appena sveglio.
Chi è contrario deve sapere con certezza di essere in minoranza. Altrimenti resta il dubbio che minoranza sia il giudice, il governatore, il direttore del penitenziario e il personale preposto.

Sembrano molti ma sono minoranza.
Il braccio della morte è minoranza.
Il braccio della vita ha diritto di fermarlo.
Abbiamo apposta due braccia.

(Erri De Luca)

Written by Ezio

12 Giugno 2009 alle 22:05

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Isadora

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Danza

Buenos Aires
1916

Scalza, nuda, avvolta soltanto nella bandiera argentina, Isadora Duncan balla l’inno nazionale.
Compie quest’audacia una notte, a Buenos Aires, in un caffè di studenti, e la mattina dopo lo sanno tutti: L’impresario rompe il contratto, le buone famiglie restituiscono i biglietti al Teatro Colombo e la stampa chiede l’immediata espulsione di questa peccatrice nordamericana venuta in Argentina a infrangere i simboli della patria.
Isadora non capisce. Nessun francese protestò quando lei ballò la Marsigliese, vestita solo di uno scialle rosso. Se si può danzare un’emozione, se si può danzare un’idea, perché non si può danzare un inno?
La libertà offende. Donna dagli occhi splendenti, Isadora è nemica dichiarata della scuola, del matrimonio, della danza classica e di tutto ciò che pretenda di mettere il vento in gabbia. Danza perché danzando gode, e danza ciò che vuole, quando vuole e come vuole, e le orchestre tacciono davanti alla musica che nasce dal suo corpo.

(Eduardo Galeano)

Written by Ezio

4 Giugno 2009 alle 21:16

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La battaglia di Querétaro

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ObregònNel 1915 Pancho Villa era al culmine della sua gloria di rivoluzionario, poi, sobillato da Obregòn e da altri emuli gelosi e invidiosi, cominciò il suo declino. Carranza, che nei due anni successivi scriverà la nuova costituzione messicana, comincia a diffidare di lui ed esita ad affidargli una spedizione su Zacatecas che – pensa – potrebbe dargli troppa autorità. Per cui lo manda ad occupare Santillo. Villa, giunto lì, come primo atto scaccia i preti e i gesuiti che hanno aiutato il governo degli usurpadores, e così facendo si crea nuove e fatali inimicizie. Carranza a questo punto affida la conquista di Zacatecas al generale Natera e ordina a Villa di rafforzare gli effettivi. Villa a questo punto rinuncia al comando. Carranza non ascolta i generali che gli chiedono di respingere questa sorta di dimissioni e i generali si ribellano riconfermando Villa, il quale, naturalmente e felicemente, guida la spedizione su Zacatecas. In quel periodo la guerra civile era ben più di una tragedia: sui tetti dei treni che trasportavano le truppe gli uomini di Pancho e le loro amanti – che qualcuno definì rustiche – soldaderas inneggiavano al capo; ma la popolazione era comunque stanca, sgomenta ed esasperata. Villa non era più salutato come il paladino dei poveri, ma soltanto come il grande e temutissimo condottiero che a Città Del Messico aveva fraternizzato persino coi superstiti amici di Porfirio Diaz. In quel periodo era tornato nel nord, nella sua Chihuahua, dove evidentemente si sentiva più sicuro dai nemici che si era fatto, tra cui Alvaro Obregòn, quello che la storia indica come il miglior generale alla corte di Carranza. Per Obregòn Villa non ha che parole di disprezzo e sfida. Il 1914, l’anno delle vittorie della convenzione, sembra finito da un millennio: il nuovo si annuncia grave di minacce oscure. Obregòn ha nelle mani Città Del Messico, e con odio e tenacia organizza i suoi battaglioni. Questi non sono composti da guerriglieri ma da “volontari” piegati ad una severa disciplina atta a riportare la pace nel loro infelice paese. Ed ora, indottrinati fiduciosi e ansiosi, sono pronti ad avviarsi verso il nord. Quegli scolaretti fuggiranno come cucarachas, come scarafaggi, davanti alle cariche dei nostri: non li lasceremo entrare nel nostro regno, andremo loro incontro, dice Villa. Infatti poco dopo partono treni verso il sud, nella calda primavera (ecco chi ha raccontato De André, mica Carlo Martello!) messicana risuonano canti di guerriglieri e soldaderas. Obregòn è fermo a Querétaro, dove nell’estate del 1867 fu fucilato Massimiliano D’Asburgo, e aspetta. Pancho sogna di mandare pure lui (Obregòn) lì (a Querétaro) davanti al plotone d’esecuzione. Poi inizia la battaglia, drammatica e feroce, con artiglieria pesante e cariche della cavalleria. Le truppe di Obregòn sono forti, non indietreggiano, mentre quelle di Villa cominciano a cedere, a sbandare, fino (a volte) ad abbandonare il campo. Pancho è furibondo, e i suoi incitamenti e il suo genio militare sembrano non bastare. Il 5 Giugno, durante uno scontro, l’annuncio della morte di Obregòn suscita l’entusiasmo sfrenato dei guerriglieri di Villa, che smettono poco dopo di agitare i cappelli alla smentita della notizia: Obregòn è ferito, ha perso il braccio destro ma continua a guidare la battaglia e non rinuncia neanche nei giorni successivi, guidando i controrivoluzionari verso nord. Poco tempo dopo, in novembre, ad Agua Pietra, Villa è battuto. Gli restano al fianco pochi avventurieri senza scrupoli, non più soldati; intanto Carranza S’insedia a Città Del Messico e incassa il benestare degli Stati Uniti. L’annuncio crea sconcerto e furore in Pancho, che aveva sempre pensato di essere ben visto dal governo statunitense, tanto da interpretarlo come un tradimento e da fargli giurare vendetta. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1916, i suoi uomini assaltano un treno a Sonora e uccidono anche una quindicina di tecnici minerari americani. Washington “protesta”, Carranza assicura che reprimerà il banditismo di Villa, Villa gioca d’anticipo e d’azzardo. Sa che se verrà catturato dagli americani o dai carranzisti verrà subito fucilato, per cui il 9 marzo, in pieno giorno, varca il confine con trecento uomini e mette a ferro e fuoco un grosso borgo: Columbus; ne devasta le case e distrugge la piccola guarnigione. L’ira americana porta a non credere più alle assicurazioni di Carranza per cui Washington manda un loro generale, Pershing, a catturare Villa vivo o morto, con al seguito aerei e carri armati. Villa aspetta l’esercito sconfinatore a sud per poi fuggire dall’inseguimento, lasciando gli americani alle prese con le truppe costituzionaliste che, nei pressi di Carrizal, li ricacciano indietro. Il risultato della battaglia sono dodici morti americani e più di venti feriti: la spedizione alla caccia di Villa è fallita.
Poco più tardi Pershing troverà onore in Francia, nella guerra che farà sanguinare l’Europa. Lì raccoglierà gli allori che non riuscì a raccogliere dando la caccia a quelli che avventatamente definì “pochi banditi messicani”.

Nella foto:
Obregòn senza il braccio destro, troncato sei mesi prima da una granata, durante la battaglia di Querétaro

Written by Ezio

1 Giugno 2009 alle 23:03

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Incontri ai tributi

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FactoryLa settimana di fuoco è quella d’occuparsi della tinteggiatura esterna della propria casa: niente pagine di libri più o meno polverosi, poca (o poco?) internet e una immane fatica quasi dimenticata. Ho cura delle mie cose, e considero mie cose solo ciò di cui ho cura, nient’altro. Così di occuparmi dell’anarchico Amico (con la A maiuscola, dicono… ) dell’anarchico-poeta-cantautore-genovese che fu non ne ho manco punta voglia, e di fatto due parole due sul villaggiopensiero e la deriva leghista (ma quanti sono i villaggi leghisti, dotati di pensiero e non?) non mi va proprio di sprecarle.

Stanco o meno dalla messa in ordine delle mie cose, ieri, ho comunque passato parecchie ore ad un fottuto concerto svoltosi all’aperto, in quella che una volta si chiamava Factory occupata e che ora è diventata completamente inagibile a causa del crollo del tetto dovuto al terremoto: pare sia stato l’unico edificio romano ad aver subito danni… Invitato da un amico, ci sono andato per salutare un po’ di persone che non vedevo da tempo, per conoscerne qualcuna nuova, e per avere tra le mani il disco di Massimiliano D’Ambrosio, anche questo uscito da tempo, e tra un abbraccio e un saluto mi sono accorto che qualcuno ha provato a (ri)cantare canzoni che proprio non vogliono lasciarsi ricantare. Poco male… e anche poca gente, magari a causa della concomitante manifestazione che s’è svolta a Roma. Un incontro piacevole e interessante c’è stato, e così sono rimasto fino a notte inoltrata. Gianluca Giura l’avevo incontrato ad altri concerti ma non avevamo mai scambiato due parole due, e non sapevo che fosse voce di un gruppo reggae né, ovviamente, che cantasse dal lontano ‘96; a causa (anche) di un lungo ritardo nella scaletta stavolta ho avuto modo di fare una lunga chiacchierata con lui, e di apprezzare la persona ancor prima della voce. È stato, ieri sera, voce dei Verbamanent per quattro canzoni, ovviamente di De André, ma io, dopo aver scoperto il suo myspace, lo preferisco di gran lunga coi suoi smileJamaica e il suo reggae.
Non solo per questo, ma anche per questo, è stata una lunga e bella giornata.

Written by Ezio

31 Maggio 2009 alle 18:38

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Il ducino

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Anche Stallman, parlando di software libero, pare abbia capito dove vogliano arrivare il Sarkozy e il ducino e D’Alia.
Eppure la soluzione è di una semplicità disarmante: via la proprietà, il copyright, il profitto…

Written by Ezio

22 Maggio 2009 alle 21:21

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Cose che si raccontano a cena

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argentina_1978Metti una sera a cena, una cena non antica ma che comunque risale ad oltre un anno fa, a casa di un amico con tanti anni più dei miei, con un cognome veneto ma nato da tutt’altra parte del mondo: lui, sua moglie, suo genero, più “vecchio” di me di cinque anni. Zuppa alle verdure per tutti ma non per me che le verdure le mangio solo crude, riso al pesto per tutti ma penne al pesto per me che non mangio il riso, petti di pollo, tanti, e vino rosso, ancora tanto ma non troppo, ché il vino non è mai troppo. Storie, come quelle che si raccontano durante una cena, nient’altro. Non c’era un fuoco acceso, e neanche il televisore lo era.

Nel 1978 avevo diciassette anni e si andava concludendo un decennio di lotta che non avevo compreso appieno: qualche manifestazione di nascosto dai genitori, preso tra amici della figc e da altri di lotta continua, uno dei quali (un vero idiota) fece lo scherzo di mettere in una cabina telefonica situata davanti alla scuola un foglietto firmato dalle br che prometteva attentati dentro e fuori la scuola stessa, con l’idea evidente di qualche giorno di vacanza in più. Ci fu, in effetti, qualche giorno di vacanza, ma ci furono anche i carabinieri dentro la scuola. Il ricordo più vivido di quell’anno è una stanza d’ospedale dove una mattina mi recai a trovare una ragazza che, dopo sei anni, ebbe la sventura di diventare mia moglie. Ricordo che la feci ridere così tanto da farle quasi strappare i punti di sutura dopo un’operazione. L’idea libertaria cominciava a covare nella mia testa, ma la forma precisa la prese tre anni dopo. Era giugno e c’erano i mondiali di calcio in un paese lontano: mondiali di candeggina, li ribattezzai anni dopo. Bearzot portò una ventata di novità, da Cabrini a Rossi, ma il mio cuore calcistico è sempre stato per l’Olanda, squadra per la quale, ancora oggi, non riesco a non tifare perché la ritengo l’unica che per un certo periodo sia riuscita a giocare il calcio anziché al calcio. Johan Cruyff non partecipò per infortunio, scrissero i giornali, così come alcuni calciatori dell’Argentina. Balle, si rifiutarono di partecipare ad un mondiale di calcio giocato in un paese dove la dittatura militare di Videla fucilava i dissidenti lungo le strade e ne buttava altri dal portello degli aerei al largo dell’Oceano Atlantico.

Il genero del mio amico ha gli occhi lucidi, li ha da quando lo conosco e non sono mai riuscito a spiegarmi il perché: parla pochissimo, anche se in italiano si esprime più che bene. Ascolta per ore i discorsi degli altri senza proferire parola, a volte sembra disadattato, distratto, ma di fatto non lo è. Quella sera s’è cominciato a parlare di politica, della situazione che s’è vissuta in Argentina dal settantasei all’ottantadue, di come i mondiali di calcio furono una sorta di lenzuolo candido da sbattere sul grugno del mondo intero e di come l’Argentina li avesse vinti. L’importanza che Videla diede a quei mondiali fu così forte che, scrissero i giornali, le esecuzioni e le torture venivano sospese durante le partite.

Lui ha gli occhi che mi sembrano più lucidi del solito, e continua a bere e fumare e comincia a parlare, a raccontare quel periodo e quei momenti. E racconta che le urla che provenivano da dentro gli stadi coprivano il rumore delle esecuzioni, che nessuno aveva sospeso, neanche durante la finale, e racconta solo ciò che lì i suoi occhi hanno visto e le sue orecchie hanno sentito. E racconta per più di un’ora, tra il silenzio degli altri.

Il dolore fisico ora non c’è più, resta solo una sorta di angoscia che dev’essersi insinuata, insieme ad altro, fin dentro il midollo, e uno sgomento e delle lacrime mal celate che in quel momento – ho pensato – solo l’enorme quantità di rosso ingurgitato potevano aver causato.
Mi sbagliavo di molto, ma l’ho saputo solo qualche settimana dopo, come ho saputo dell’assoluta innocenza del vino, quella sera.

Written by Ezio

16 Maggio 2009 alle 19:02

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La decade messicana

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Decade Verso la fine del 1912 le forze della reazione messicana decisero che era arrivato il momento di Liberarsi di Madero, per tornare ai vecchi sistemi porfiristi. La destra messicana era alla ricerca di un uomo forte del tutto nuovo e pensò di averlo trovato nel generale Felix Diaz. Già, proprio il nipote del vecchio dittatore che Madero aveva lasciato in libertà, in un impeto di generosità, a Veracruz. La sommossa dei neo-porfiristi scoppiò il 16 ottobre, ma venne rapidamente sconfitta dalle truppe fedeli a Madero. L’umanitarismo però, ebbe ancora una volta il sopravvento, e Felix Diaz venne risparmiato assieme ai suoi accoliti reazionari, da Reyes a Zarate  a Orgaz. Da quel momento iniziò una feroce campagna di stampa contro Madero, alimentata dai proprietari di miniere e dai grandi proprietari terrieri che la prima fase della rivoluzione aveva avuto la debolezza di non espropriare e non cacciare dal paese. Dietro le quinte, a finanziare la campagna di stampa, c’era probabilmente l’ambasciatore degli Stati Uniti in Messico, Herry Wilson, legato agli interessi delle compagnie petrolifere americane che temevano la nazionalizzazione dei loro impianti; nonché reazionario lui stesso. I giornali di Città Del Messico incitavano apertamente alla rivolta contro un presidente troppo democratico, a tal punto che il governo dovette sequestrare per un certo periodo numerosi quotidiani. Era il dicembre del 1912. Come accade ancora oggi gruppi armati di estrema destra si andavano organizzando alla luce del sole. Madero, maledettamente troppo umanitario, non faceva nulla per reagire alla tempesta in arrivo. Debole, incerto, circondato da spie e delatori, si preoccupava solo della minaccia che arrivava da sinistra: Zapata e Orozco che non avevano deposto le armi alla fine della prima rivoluzione. Così, nel febbraio del 1913, gli appelli all’insurrezione antidemocratica sfociarono nell’azione armata. Un oscuro generale della guarnigione della capitale fu il primo a muoversi (c’è da dire che si era nel tempo in cui ci si alzava la mattina come soldato semplice, alle 12 si era minimo già sergente e spesso alle 21 si indossavano i gradi di generale. A mezzanotte, spesso, si tornava soldato semplice o si veniva fucilati!), a nome Mondragòn, alla testa di duemila persone andò a rimettere in libertà Felix Diaz e Reyes e poi partirono all’attacco del Palazzo Nazionale. Ovviamente la guardia reagì e, nel breve scontro, Reyes perse la vita e Felix Diaz si andò a rinchiudere nel forte La Ciudadela. Madero, sorpreso da questi avvenimenti, chiamò in aiuto i cadetti della scuola militare e affidò il comando nientemeno che a Victoriano Huerta, colui che di lì a poco andrà ad instaurare un regime più perfido e violento di quello instaurato Da Porfirio Diaz. Infatti Huerta era un generale che funzionava bene nel reprimere le rivolte dei contadini, ma covava l’idea del tradimento già da un po’ di tempo, d’accordo con la destra reazionaria. Cominciò così una lunga battaglia sulle strade, coi cannoni che sparavano nelle piazze di Città Del Messico. Una lunga decade di sangue. Madero, di fatto, era condannato. Ci sono documenti che chiariscono come Huerta, il fido, aveva già preso contatto con l’ambasciatore americano e coi capi ribelli. Il 17 febbraio si presentò a Madero nel Palazzo Nazionale e gli annunciò col sorriso sulle labbra che l’indomani tutto sarebbe finito. Madero e il suo vice, Suarez, si ritirano nelle loro stanze, tranquilli e ottimisti. Nel corso della notte Huerta fece il suo colpo: all’alba arrestò personalmente sia Madero che Suarez e si autoproclamò nuovo presidente della repubblica, anche se a titolo provvisorio. Ovviamente l’ambasciatore Wilson riconobbe immediatamente la nuova carica, e l’apostolo (così i democratici messicani chiamavano Madero) fu incatenato e buttato negli scantinati del palazzo. La rivolta fece nella capitale oltre duemila morti e oltre seimila feriti. La città era semidistrutta e gli stessi maderisti erano ormai troppo stanchi per la lotta. Huerta, falso come tutti i dittatori, assicura che il suo predecessore sarà lasciato libero di andarsene verso il nord. La controrivoluzione di Huerta assicura al Messico qualche momento di tranquillità, anche se la resistenza dei moti rivoluzionari non potrà che rafforzarsi, soprattutto da parte degli zapatisti. Victoriano, dal canto suo, mette subito felix Diaz contro Mondragòn, e così facendo li neutralizza entrambi, restando di fatto padrone assoluto.

Con la sua assunzione al potere e con la personalità che si ritrova Huerta porterà il Messico sull’orlo del baratro, egli infatti è solo un soldato (soldataccio) di ventura, bruto nonché alcolizzato. Anche lui indio nel senso di mezzosangue, crudele e con pochissima considerazione della vita degli altri. Scrisse un osservatore statunitense: “Il popolo Messicano è appassionato, ostinato, misterioso e indisciplinato, bisognoso perciò del pugno di ferro di un tiranno.”
In effetti il pugno di ferro sarà terribile.

Nella foto:
Durante la decade, il Palazzo Nazionale difeso dai fedeli di Madero.

Written by Ezio

14 Maggio 2009 alle 19:40

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Giuda

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Sotto la croce di Gesù c’era molta più gente che sotto le altre… ed io mi chiedevo perché la Sacra Famiglia non potesse fare una visitina anche agli altri crocifissi. Dai ladroni non c’era mai nessun parente, e quando si va in ospedale si scambiano sempre due parole con gli ammalati che non ricevono visite. Anche a Giuseppe, pensavo, non badava nessuno; c’erano sempre in mezzo quei prepotenti dei Magi che non gli lasciavano neanche tenere in braccio il bambino. Per non parlare di Giuda. Ho sempre avuto un’inconfessata simpatia per Giuda, in primo luogo perché senza di lui il cristianesimo non sarebbe mai decollato, e poi, se si considera che uno dei princìpi fondamentali del cristianesimo è il perdono dei peccati, allora Giuda dovrebbe essere in testa alla classifica dei peccatori da perdonare. Giuda è la prova del fuoco del cristianesimo, è la maglietta macchiata di olio e ketchup che, lavata nel sangue dell’agnello, dovrebbe venire più bianca del bianco. Giuda, di solito, viene raffigurato come il cattivo da manuale: capelli rossi, orecchie a punta e un infido gatto sotto la sedia. Insomma, anche un bambino può pensare che Gesù doveva essere un po’ avventato se ha scelto proprio lui come apostolo…

Alan Bennett
Una visita guidata
Adelphi
5,50 euro (o neuri)

Written by Ezio

12 Maggio 2009 alle 22:59

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Eseguire e vergognarsi

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Esistere o vivere? Si parla di “ordine più infame che abbia mai eseguito”, come se l’ordine in sé non fosse una delega già infamante per proprio conto. Si dice “me ne vergogno”, come se la vergogna non consistesse di per sé nella cieca obbedienza. Cose da non raccontare ai figli ma da raccontare ai giornali, nascosti dall’anonimato, per la paura di perdere i privilegi acquisiti sulla pelle di tante povere bestie da macello. Manipolati e ridotti al ruolo di cani da guardia. Io ho smesso da tempo di chiedermi cosa resti di un uomo sotto la divisa, e che sia da prete da guardia o da soldato poco conta, ma quando leggo confessioni come queste ho come la sensazione di fare un salto in un baratro da cui non si vede il fondo.

E non ho più parole e cito Burke, ché qui si sta soffrendo d’una malattia mortale e noi incerottiamo il dito ferito, perché la concentrazione di potere è coerente coi monopolisti della violenza ed è più letale delle guerre civili. I governi ammazzano i popoli assoggettati in modo freddo e pianificato. E scrivere di teoria di democidio con la lega al governo non mi pare affatto avventato.

Written by Ezio

9 Maggio 2009 alle 22:26

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